Il film del weekend: "Allacciate le cinture"

L'attesa nuova pellicola di Ozpetek sulle turbolenze che si incontrano nel corso della vita, sbanda tra dramma, sentimentalismo e commedia, senza coinvolgere in profondità

Ferzan Ozpetek sa indagare sentimenti e passioni come pochi altri, eppure il suo decimo film, "Allacciate le cinture", non sembra all'altezza di alcuni suoi precedenti lavori. Il sottotitolo alla Moccia, "un grande amore non avrà mai fine", scelto per pubblicizzare la pellicola, è un fuorviante specchietto per le allodole, ma almeno anticipa la presenza massiccia di sentimentalismo in quello che sembra essere la rivisitazione moderna di un vecchio melò anni 50.

Al centro c'è la storia d'amore nata tra un uomo e una donna diversissimi tra loro. Lei, Elena (Kasia Smutniak), è una venticinquenne che fa la cameriera ma proviene da una famiglia borghese, ha un fidanzato ricco e ambizioni imprenditoriali. Lui, Antonio (Francesco Arca), moderno "povero ma bello", è un aitante meccanico, burbero, taciturno e omofobo che ha una relazione con la migliore amica di lei. I due finiranno col vivere una passione che li porterà a tradire i rispettivi fidanzati. Tredici anni dopo il loro primo incontro, li ritroviamo sposati e con prole, alle prese con qualche problema di coppia ma, soprattutto, con una grandissima prova quando Elena scopre di avere un tumore al seno. 

Il film allude, fin dal titolo, al fatto che prima o poi arrivino nella vita di ognuno delle turbolenze, siano esse positive come l'irrompere di una passione amorosa, oppure negative come l'insorgere di una malattia. Si tratta di avvenimenti in vista dei quali è bene allacciare le cinture, sembra dire l'autore, ossia stringerci a quelle persone, a quei legami affettivi che, con il loro sostegno, possono fare la differenza. Oltre a temi cari al regista di origini turche, tra cui l'amore, l'amicizia e il destino, compaiono elementi ricorrenti nella sua filmografia come la presenza di una famiglia allargata, la contrapposizione tra sessualità e rispettabilità sociale, la cura per certi dettagli che raccontano più delle parole e così via.

Eppure stavolta qualcosa non funziona e, nonostante la consueta delicatezza nell'affrontare argomenti difficili, alcune scene hanno meccanismi scontati. L'alternanza tra dramma e commedia appare artificiosa e i molti registri usati non si amalgamano come dovrebbero. Il continuo teatrino degli allegri comprimari, personaggi stereotipati quando non soltanto abbozzati, se da un lato ingentilisce il dramma, dall'altro gli toglie forza, malgrado le prove attoriali inappuntabili di Carla Signoris, Elena Sofia Ricci, Paola Minaccioni, Luisa Ranieri, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini e Francesco Scianna.

I due protagonisti funzionano: la Smutniak è brava e intensa e Arca è plausibile in un ruolo che gli chiede fisicità e di pronunciare solo qualche monosillabo. Interpretano in maniera credibile una coppia fondata sull'alchimia dei corpi che supera insospettabilmente la prova del tempo e della disgrazia e il cui percorso, dalla vertigine iniziale del rapimento dei sensi al successivo pantano di rancori, incomprensioni e tradimenti, è comune a quello di molte persone. Sebbene l'attenzione sia spesso su silenzi addolorati e corpi eccitati, la scena che merita di essere ricordata è quella del rarefatto dialogo serale in cucina tra coniugi.

La scelta di rendere circolare la linea temporale, ricongiungendo a un certo punto la narrazione con l'epoca in cui si apre la storia, sembra suggerire che il viaggio meriti più considerazione di qualunque ipotetica meta. La dice lunga sul film il fatto che a far vibrare davvero sia purtroppo soltanto l'irrompere finale della meravigliosa "A mano a mano" cantata da Rino Gaetano