Il film del weekend: "Dallas Buyers Club"

Mattew McConeughey e Jared Leto, con interpretazioni superlative, convincono e commuovono nei panni di due malati di Aids in un film che ben ritrae la paura e l'ignoranza che circondavano la malattia a metà degli anni 80

Candidato a sei premi Oscar, "Dallas Buyers Club" meriterebbe di portarsi a casa almeno quello per il miglior attore protagonista perché Mattew McConeughey, dimagrito di venticinque chili per la parte di un cowboy malato di Aids, si conferma uno degli attori più talentuosi della sua generazione. Il film si ispira a una storia vera, quella di Ron Woodroof, un elettricista texano, donnaiolo, dedito ad alcool e droga, omofobo professo e con l'hobby del rodeo, cui nel 1986 viene diagnosticato il virus dell'Hiv. Secondo i medici ha come prospettiva solo un mese di vita. L'uomo però, deciso a non arrendersi, inizia a informarsi sulla malattia e sulle terapie sperimentali che stanno nascendo in giro per il mondo. Le sue ricerche lo conducono a importare illegalmente dal Messico una cura alternativa non ancora approvata negli Usa; presto inizierà a venderla a chiunque ne abbia bisogno, sfidando in questo modo le aziende farmaceutiche e il sistema sanitario statunitense.

"Dallas Buyers Club" si presenta come orbitante attorno ad un unico personaggio principale, chiamato a reggerne l'intero peso. Per quanto emaciato e ossuto, Ron è un vero combattente che si aggrappa alla vita con grinta feroce e senza mai perdere il senso dell'umorismo. Sulle prime non è certo presentato come uno stinco di santo, anzi. Ma il senso profondo del film sta proprio nella sua trasformazione in itinere, perché la malattia è la sua occasione per diventare un uomo migliore e per dare uno scopo alla sua esistenza. Pur conservando una serie infinita di difetti più o meno amabili, si converte a poco a poco alla tolleranza, alla compassione e al rispetto di individui che prima disprezzava, come il transessuale tossicodipendente di nome Rayon, che diviene suo socio in affari. Un peccato che a questo ruolo secondario siano affidate poche scene, perché l'interpretazione che ne dà Jared Leto è davvero affascinante e verrebbe voglia di restare più tempo in compagnia di una così singolare creatura, a un tempo ironica e struggente. 

Il film ha il pregio di non cadere nel sentimentale e nello strappalacrime; in alcuni punti è un po' lento e nel complesso non all'altezza delle monumentali prestazioni di McConeughey e di Leto, ma costituisce un viaggio interessante nel dolore, nella rabbia e nella speranza di chi si trova a lottare non solo per la propria sopravvivenza, ma anche per la libertà di cura.

Commenti

petra

Sab, 01/02/2014 - 13:27

Il film lo dovrebbero vedere pure gli "scienziati" ferocemente schierati a priori contro il trattamento stamina.