Il film del weekend: "Disconnect"

Un efficace ensemble di storie drammatiche vagamente collegate tra loro, che mette in guardia sui rischi della realtà virtuale

Presentato fuori concorso alla 69° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, "Disconnect" è una pellicola di estrema attualità che mette a nudo alcuni dei pericoli nascosti nell'uso un po' ingenuo che ogni giorno facciamo delle nuove tecnologie. I protagonisti del film sono persone comuni che vedono la propria vita trasformarsi in un inferno come conseguenza della loro partecipazione alla realtà virtuale attraverso social network, forum e simili.

Siamo alla periferia di New York. Due coniugi, Cindy e Derek, hanno perduto un bambino e non comunicano quasi più tra loro al punto che la donna inizia a confidarsi on line con uno sconosciuto che dice di aver vissuto un dolore simile. Quando scoprono di avere subito via Internet un furto di identità che li sta riducendo sul lastrico, si rivolgono a un ex poliziotto che indaga su reati informatici. Quest'ultimo è un vedovo che trascura il figlio al punto da non sospettare minimamente che il ragazzo sia un cyberbullo e stia rovinando la vita a un coetaneo, l'introverso Ben. Nel frattempo un'ambiziosa giornalista, Nina, prepara lo scoop della sua vita con un servizio sulla prostituzione minorile presente in Internet, ignorando di mettere in questo modo a repentaglio la vita della sua fonte, il giovane spogliarellista di una chat erotica. Queste storie, vagamente intrecciate tra loro, avranno il loro climax nel medesimo momento in una sequenza drammatica che il regista, dopo tanta incalzante tensione, sceglie di mostrare al rallentatore, come per darci il tempo di ammettere dolorosamente che quanto stiamo vedendo riguarda potenzialmente ognuno di noi. Il fatto poi che il film benefici di un cast di talento che offre ottime performance ma composto da attori non così conosciuti al grande pubblico, aumenta la sensazione di verosimiglianza alla vita vera.

Internet permette, a seconda del suo fruitore, di evadere dalla realtà, arginare la solitudine, incanalare esibizionismo, rabbia o dolore; ma il punto è che qualsiasi cosa facciamo là dentro raggiunge il luogo dell'eternità. Non c'è bisogno di diventare fobici o di seguire alla lettera il consiglio sottinteso nel titolo del film, ma è importante avere coscienza delle possibili conseguenze delle azioni che compiamo in una realtà, quella virtuale, che ha implicazioni anche nella nostra esistenza fisica e spirituale. Il film vuole ispirare prudenza e consapevolezza, nient'altro. Nonostante suoni un po' moraleggiante, l'invito a riscoprire il contatto umano diretto a scapito di quello filtrato dai nuovi media è efficace e lo spettatore ipertecnologico ne sarà turbato.