Il film del weekend: "La Grande Bellezza"

Sorrentino immortala la decadenza della dolce vita che fu, in un film che resterà quale affresco realistico della vacuità dei tempi

"La Grande Bellezza" di Paolo Sorrentino, l'unico film italiano in concorso al Festival di Cannes è un'opera della quale si sta dicendo e scrivendo tutto e il contrario di tutto ma che, comunque la si pensi, merita rispetto per la sua unicità e arricchisce con la sua esistenza il nostro cinema, cosa quanto mai necessaria di questi tempi. Il modello di partenza è dichiaratamente il capolavoro felliniano de "La Dolce Vita" il cui fantasma aleggia tra echi, citazioni e omaggi; ma in questo film è ritratta la degenerazione attuale dei costumi immortalati allora. Quella messa in scena da Sorrentino è un'alta società capitolina di disperata povertà morale composta da forzati della fama, del potere e dell'eterna giovinezza a tutti i costi; schiavi che si illudono di viver da padroni e si agitano sgraziati in una Roma bellissima e indifferente.

Più che una narrazione per eventi, il film è un affresco per immagini, molto realistico nella sua deformità. Ogni qual volta appare surreale o grottesco, si sappia che è invece quasi documentaristico. La durata eccessiva e priva di una trama vera e propria è funzionale a calare appieno lo spettatore in certe vite ostaggio della noia o di divertimenti forzati e senza scopo che molti si ostinano a invidiare. E' un film a suo modo necessario perché indica nella grande bellezza del titolo l'unico vero rifugio a tanto infelice e sguaiato naufragio, indicando in attimi di purezza e magia, seppur inafferrabili e in perenne dissolvenza, l'antidoto alla fatica di vivere. Sono momenti che non si possono possedere se non rivivendoli poi nella mente col ricordo e che sono alla portata di chiunque riesca a fermarsi a respirare un po' di autocoscienza.

Jep Gambardella (Toni Servillo), sessantacinquenne scrittore e giornalista, vive a Roma da quando aveva ventisei anni e partecipa a tutte le feste che contano. Con cinismo e disincanto frequenta meravigliosi palazzi, salotti e terrazze che, per lo squallore irredento della mondanità che ospitano, finiscono con l'avere la funzione di Cloaca Massima, ossia la più grande fognatura della città. In mezzo a questa gente dedita all'inutile ricerca di divertimento esclusivo, Jep è colto però da sempre più frequenti attimi di consapevolezza in cui va alla ricerca di un sollievo esistenziale che lo rigeneri intimamente. Si ritrova perciò a immaginare il mare sul soffitto, a ricordare frammenti di gioventù lontana o a frequentare persone che hanno conservato una qualche purezza, come il suo amico Romano (Carlo Verdone) o la spogliarellista ultraquarantenne Ramona (Sabrina Ferilli). Per tutta la vita ha dissipato il suo talento con chiacchiere vuote e frequentazioni superficiali, condannandosi a un presente di deprimente incompletezza e paralisi. Abbracciare col pensiero o con gli occhi la grande bellezza che si affaccia rara in mezzo agli accadimenti e al frastuono della vita, gli regala un senso d'espansione che gli fa mettere finalmente da parte tutte le titubanze e ricominciare un tragitto a lungo interrotto, accarezzando nuovamente l'idea di scrivere un libro.

La fotografia di Bigazzi, l'utilizzo un po' barocco della macchina da presa di Sorrentino, la colonna sonora superba nell'oscillare continuamente tra sacro e profano e il cast composto da tanti bravi attori consegnano al film l'autorevolezza che merita il suo messaggio. Tra tutti un plauso a Toni Servillo, mattatore di consumata esperienza, e a Sabrina Ferilli il cui personaggio nel film, con la sua volgarità dolente e solo esteriore, è ossigeno. Forse questo carrozzone bello e un po' arruffato è solo la bozza imperfetta di un capolavoro, ma è già qualcosa di cui andare orgogliosi.

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