Il film del weekend: "Mine"

Due giovani registi italiani di cui andare orgogliosi. Il loro esordio è un progetto internazionale che mischia racconto di guerra, tensione, contenuti filosofici e archetipi

"Mine" è l'opera prima di due registi italiani, Fabio & Fabio, (così si firmano Fabio Guaglione e Fabio Resinaro), ex compagni di liceo che coronano il sogno non solo di debuttare sul grande schermo, ma di farlo in un progetto internazionale. Se pensate che il fatto che un produttore hollywoodiano abbia creduto in due esordienti trentenni, nostri connazionali, sia già una piacevole sorpresa, sappiate che quella che il film è in attesa di riservarvi è di gran lunga superiore. "Mine" è una pellicola a più livelli di comprensione, come forse non se ne vedevano dall'uscita di "Matrix": un'opera che indossa un genere cinematografico ma ne nasconde altri. La confezione è da survival movie ma la sua vera essenza è quella di un racconto iniziatico, lo si comincia ad intuire quando il film vira in thriller introspettivo ed esistenzialista.

Siamo in un indefinito deserto mediorientale. Mike Stevens (Armie Hammer) è un soldato dei Marines che, dopo aver fallito una missione, sta tornando al campo base col suo amico e commilitone. Lungo il tragitto, quando manca ormai solo un chilometro all'arrivo, i due si ritrovano ad attraversare un campo minato e, proprio nel momento in cui l'amico salta in aria dopo aver calpestato un ordigno, anche Mike mette inavvertitamente un piede su una mina. Accortosi in tempo di averla innescata, l'uomo si arresta: sollevare il piede darebbe luogo alla deflagrazione. I soccorsi non arriveranno prima di due giorni e quindi dovrà riuscire a sopravvivere completamente immobile, bloccato nel deserto in una situazione a dir poco disperata. In uno stato di enorme pressione psicologica, dovrà far fronte a pericoli reali come le terribili condizioni ambientali e i famelici predatori notturni, ma anche vedersela con i propri demoni interiori.

A livello intuitivo "Mine" fa pensare ad altri film di genere come "127 ore", per non parlare del francese "Passo Falso", uscito solo pochi mesi fa, che ha un soggetto pressoché identico. Eppure, quel che attende lo spettatore è tutt'altro.

Visivamente il film non ha nulla da invidiare agli action americani e la tensione resta sempre elevata, ma quello che inizia come un classico racconto di guerra si fa poi metafora di tutte le esistenze in stallo. Diventiamo testimoni di un risveglio, quello alla consapevolezza, osservando la parabola di un uomo che impariamo a conoscere attraverso le sue allucinazioni, i ricordi e i sensi di colpa. "Mine", infatti, assume ben presto uno stile visionario e, grazie a numerosi flashback, si addentra nelle profondità della psiche del protagonista, un individuo messo in ginocchio dalla vita.

Tra scene drammatiche e altre più riflessive, Armie Hammer, qui irriconoscibile, è un interprete all'altezza e il suo one-man-show mette a nudo paure e fragilità che non appartengono solo al suo personaggio ma che sono connaturate alla condizione umana.

Su ammissione degli stessi registi, il film è intessuto di parallelismi con quella che è la "fiaba alchemica" per eccellenza della nostra tradizione: "Pinocchio" di Collodi. Quanto alla figura del berbero, l'unico essere umano in carne e ossa con cui il protagonista viene a contatto durante la sua immobilità, ciascun spettatore, in virtù della propria formazione culturale, potrà intravvedervi un Virgilio, uno spirito guida interiore o un rappresentante della filosofia orientale.

"Mine" seduce e intrattiene su larga scala e in modi diversi, più o meno profondi ma sicuramente tutti coinvolgenti. Lo si può vedere come puro svago, godendone come faremmo di un bel film di tensione, oppure lasciandosi guidare altrove, assaporando tutti gli archetipi di cui è imbevuto. In ogni caso, un gran bell'esempio di come il cinema italiano possa partorire anche progetti dal respiro nuovo, influenzati da un background atipico e variegato, e mirare a ritrarre, finalmente fuori da ogni nazionalismo, contenuti che riguardino indistintamente ogni essere umano.