Il film del weekend: "Room"

Un'opera che richiama il mito della caverna di Platone, è uno scrigno di temi universali e regala un'esperienza cinematografica di straordinaria intensità emotiva

"Room", il film di Lenny Abrahamson, è la trasposizione cinematografica dell'omonimo best seller di Emma Donoghue, arrivato in Italia anni fa con il titolo "Stanza, letto, armadio, specchio", e racconta la straziante esperienza di una madre (Brie Larson, premiata con l'Oscar per l'interpretazione) e del suo bambino di cinque anni (Jacob Trembley). I due vivono prigionieri in una stanza: la donna da sette anni, ovvero da quando ‘Old Nick’ la rapì diciassettenne, mentre il piccolo Jack dalla nascita, essendo frutto della violenza di quell'uomo. Madre e figlio costituiscono l'una per l'altro il mondo intero, anche perché lei l’ha cresciuto facendogli credere che non esista altro fuori da quelle pareti. A Jack quanto contenuto nella stanza è sufficiente a essere felice. Ma arriva il giorno in cui la madre decide di mettere fine a quella distorsione della realtà nata per proteggere il bambino e di rivelargli la verità dandogli la percezione drammatica della situazione in cui sono costretti a vivere. La sceneggiatura, scritta dalla stessa autrice del libro, ritrae personaggi credibili nonostante le circostanze straordinarie in cui sono collocati ed esplora temi come quello della crescita e della scoperta ma anche della separazione, della guarigione e della rinascita. Siamo in un dramma profondamente toccante cui non mancano sfumature thriller e che, a circa metà della sua durata, si trasforma in un film diverso, diventando a tutti gli effetti un esempio di cinema post traumatico. La pellicola ricomincia, infatti, proprio laddove altre si sarebbero fermate: quando il bimbo nato in cattività è chiamato a una nuova nascita, quella al mondo esterno, dopo essere stato in una stanza-utero per cinque anni.

E' da questo momento che il film, pur raccontando un episodio tanto estremo e lontano dal nostro vissuto, diventa un'esperienza intima e sperimentiamo cosa significhi vedere ogni cosa per la prima volta grazie allo sguardo innocente di Jack. Immedesimandoci nel suo stupore, lasciamo che si compia il piccolo miracolo di osservare tutto non solo dalla statura di un bambino, ma proprio con occhi vergini, ingenui e pieni di meraviglia. Ai più attenti non sfuggirà che attraverso di lui si ha anche, in qualche modo, la possibilità di ripercorrere il mito della caverna di Platone. La figura della madre, invece, ispira riflessioni circa la relatività di concetti come prigionia e sopravvivenza, che vengono ridefiniti ad un certo punto e collocati in uno spazio interiore, viscerale e doloroso. Con questa donna proviamo il senso di disorientamento che accompagna talvolta il libero arbitrio, l'improvvisa ebbrezza di avere infinite possibilità di fronte a noi e il crollo emotivo che può arrivare sulla soglia di una gabbia che, una volta aperta, scopriamo essere diventata una confortevole tana. L'angoscia che prende nel momento in cui ogni tassello va al suo posto ma la serenità è ancora un'illusione lontana, fa sanguinare tutte assieme le ferite ignorate negli anni. "Room" è un film davvero di una potenza struggente, in cui si mischiano incredulità, confusione, sofferenza ed esaltazione. Parla di come la felicità dipenda dalla percezione che abbiamo della realtà circostante, di come il coraggio renda liberi e di come la mancanza di confini possa far smarrire. Ma soprattutto, forse, ci ricorda che se un bambino ha al fianco qualcuno in grado di dargli vero nutrimento, in quel momento si trova nel migliore dei mondi possibili. La giovane madre del film, infatti, nonostante la sua situazione, dimostra di aver saputo donare al proprio cucciolo ciò che Fromm indicava come un raro ma preziosissimo connubio: il latte, ossia le cure necessarie, e il miele, cioè la dolcezza e la gioia di vivere.