Il film del weekend: "Smetto quando voglio"

Una commedia generazionale leggera, divertente e intelligente come non se ne vedevano da tempo

Sydney Sibilia, un nome tra l'assurdo e il magico che converrà tenere a mente. Appartiene al trentaduenne regista salentino che con "Smetto quando voglio", il suo debutto cinematografico, dà tangibile dimostrazione che la commedia all'italiana esiste ancora. Nel vasto panorama di cinepanettoni stantii e filmetti di una comicità bollita quando non triviale, finalmente compare qualcosa che richiama la grande tradizione nostrana riuscendo a essere intelligente e divertente senza volgarità. Si tratta di una sorta di attualizzazione de "I soliti ignoti" di Monicelli, in cui non mancano citazioni parodistiche di film americani come "Ocean's Eleven" e "I soliti sospetti" e di serie televisive d'oltreoceano quali "Breaking Bad".

L'idea alla base di tanto fulminante esordio nasce da un articolo di giornale su due neolaureati in filosofia col massimo dei voti, ridotti a fare i netturbini. Un po' il destino che Sibilia riserva ai protagonisti della sua commedia, tutti geniali nella propria disciplina di studi eppure finiti ai margini della società e costretti a sopravvivere con impieghi di fortuna. Almeno fino a quando uno di loro, Pietro Zinni (Edoardo Leo), genio della biologia lasciato a piedi dalle baronie universitarie, ha l'idea di creare un nuovo tipo di droga non ancora catalogata dal Ministero della Salute e quindi, teoricamente, legale. Mette insieme a questo scopo una banda di nerd composta da un chimico, Alberto (Stefano Fresi), un esperto di macroeconomia dinamica, Bartolomeo (Libero De Rienzo), un antropologo, Andrea (Pietro Sermonti), un archeologo, Arturo (Paolo Calabresi) e due latinisti, Mattia e Giorgio (rispettivamente Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), accomunati dal trovarsi in situazioni disagevoli e senza reali prospettive lavorative. Il successo repentino e travolgente, fatto di facili guadagni e ambienti promiscui, li coglie impreparati e li vede concorrenti del Murena (Neri Marcorè), il boss della capitale. La catastrofe tragicomica sarà inevitabile.

Siamo di fronte ad un'Armata Brancaleone che può contare solo sulla propria formazione accademica e frustrazione esistenziale, i cui membri si trovano a vendicare in maniera esilarante un'intera generazione di precari. Si ride di gusto nonostante non si faccia nulla per attenuare l'amara evidenza di un paese in piena crisi economica in cui corruzione e nepotismo la fanno da padrone e che non ha nulla da offrire alle sue menti più promettenti. Quanto più tragica in maniera conclamata è la situazione, tanto più nel film si riesce con arguta leggerezza a coglierne le potenzialità comiche; una piccola magia, questa, compiuta senza ricorrere alle solite becere scorciatoie ridanciane di basso livello viste troppe volte al cinema. Molto si deve a una sceneggiatura senza sbavature, al montaggio dinamico, alla fotografia che richiama volutamente certi filtri di Istagram, ma soprattutto alla potente caratterizzazione di personaggi dal linguaggio forbito e dall'ingenua rettitudine che vengono calati in contesti di natura opposta diventando incredibilmente spassosi. Il fatto che nel cast non ci siano nomi di grosso richiamo gioca a favore della freschezza dell'opera.