Il film del weekend: "The Wolf of Wall Street"

Scorsese e Di Caprio alle prese col ritratto barocco, psichedelico e pericolosamente divertente di un fuorilegge moderno

È nelle sale uno dei film più attesi dell'anno: "Il Lupo di Wall Street", tratto dal libro omonimo e autobiografico di Jordan Belfort, un operatore finanziario newyorkese che conobbe il successo non ancora trentenne e visse la propria epopea truffaldina a cavallo tra gli Anni Ottanta e Novanta. A interpretare il protagonista c'è quello che, dopo De Niro, può dirsi l'attore feticcio di Martin Scorsese, ossia Leonardo Di Caprio, qui alla quinta collaborazione col celebre regista. I due accompagnano lo spettatore in un adrenalinico viaggio che ripercorre gli anni più folli della vita di Belfort. Quest'ultimo è un aspirante broker che non riesce ad affermarsi a Wall Street in modo tradizionale perché viene licenziato durante il crollo del mercato del 1987. Si reinventa però a Long Island vendendo "penny stock", cioè azioni di società che valgono poco ma sulle quali ha commissioni altissime che lo rendono milionario. Una volta sostituita l'onesta prima moglie con una bionda mozzafiato, Belfort inizia ad assecondare la propria sfrenata sete di grandezza dandosi al lusso estremo. Ben presto diventa dipendente dal sesso a pagamento e da ventidue sostanze diverse, ma non si cura delle conseguenze della sua condotta perché ne è inebriato. Accadrà, però, che questa giostra impazzita alimentata da facili guadagni, desti la curiosità di un agente federale.

Scorsese, noto per i suoi film coraggiosi ed estremi, stavolta ci regala la possibilità di partecipare a un "baccanale" officiato da un self-made man che venera Mammona, il dio denaro. Le ricchezze materiali accumulate in maniera rapida e disonesta e sprecate in vizi e piaceri, vengono festeggiate tra parolacce continue, orge e stupefacenti e il pubblico assapora da molto vicino l'insana euforia di un protagonista che è spiritoso e onesto circa la propria dissolutezza. Il suo edonismo marcio e corrosivo diventa ipnotico perché travestito d'infantile goliardia. I suoi disastri sono ritratti con una certa comicità e la sua assoluta mancanza di argini morali è mostrata come elemento di fascino. Scorsese, che in gioventù studiò da prete e nella maturità ebbe problemi di alcool e droga, sembra alludere ironico al fatto che certi gironi infernali abbiano attrattive interessanti da osservare. Nel film non c'è traccia di ammonimenti o riflessioni sulla deriva del sogno americano; è semplicemente un carnevale fine a se stesso. In una continua overdose di suoni e immagini, Di Caprio spinge la sua espressività al collasso, ricorrendo a più registri recitativi. Nonostante gli ottimi comprimari, a restare memorabile è la breve partecipazione di Matthew McConaughey nei panni del mentore che introduce Belfort e lo spettatore agli eccessi di certi moderni "gangster" della finanza. I movimenti di macchina veloci, il montaggio frenetico e una sessantina di brani musicali fanno il resto, mantenendo alto il livello di energia per le tre ore di durata del film. Da consigliare per quel che è: un'ubriacatura di volgarità resa visivamente attraente da un attore e da un regista che non hanno eguali.