Filosofia, droghe e profezie Il testamento di Philip K. Dick

Arriva in Italia "L'esegesi", ultimo capolavoro di un autore che ha dedicato la vita a mettere in discussione la realtà. Un testo ironico, smisurato e profondissimo

«Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. Il cuore della mia scrittura non è l'arte, ma la verità». Queste parole sono di Philip K. Dick, lo scrittore americano che più ha contribuito a modificare l'immaginario collettivo contemporaneo: da Anche gli Androidi sognano pecore elettriche? (romanzo diventato poi Blade Runner, il capolavoro cinematografico di Ridley Scott) a La svastica sul Sole, da Un oscuro scrutare a Rapporto di minoranza. Nato nel 1928 ha scritto 45 romanzi e 121 racconti: da moltissimi sono stati tratti film di successo, altri hanno ispirato capolavori come Matrix o The Truman Show. Più che compreso Philip Dick è stato saccheggiato: le sue idee sono state considerate quelle di un pazzo mentre era in vita e rivedute solo dopo la sua morte. Oggi Philip Dick ha milioni di lettori in tutto il mondo, ma quando pubblicava i suoi libri -al ritmo di sette all'anno- stentava persino a sbarcare il lunario.Certo questo non gli impedì di sposarsi quattro volte, ma la sua esistenza è sempre stata ad un passo dalla follia. Ora finalmente anche in Italia arriva la sua Esegesi, pubblicata negli Stati Uniti nel Novembre del 2011, in libreria da giovedì 26 novembre, a cura di Jonathan Lethem e Pamela Jackson (Fanucci, pagg.1132, euro 50). Una raccolta - originariamente di 8000 pagine, oltre due milioni di parole per lo più battute a macchina e corredate di annotazioni, diagrammi, disegni- che vuole essere il testamento filosofico dei suoi scritti tra il 1974 e il 1982. Un'opera che tantissimi lettori aspettavano e che contiene i segreti della poetica di Dick. Un «laboratorio d'interpretazione del mondo» ricco di dissertazioni filosofiche, paranoie lisergiche, passaggi romanzeschi che indagano gli universi paralleli di Dick e tutte le tematiche dei suoi libri: il concetto di realtà, di diverso, la religione, la politica, la distopia. Philip Dick iniziò a scrivere l'Esegesi dopo anni di vita disperata: continui insuccessi economici, settimane di autoisolamento chiuso in casa ad ascoltare musica (da Mozart ai Grateful Dead) con il perenne timore di essere perseguitato dal fisco e di essere controllato dalla Cia e dall'Fbi. E poi la dipendenza da droghe e psicofarmaci, i continui tentativi di disintossicazione, i numerosi tentati suicidi.Il suo ultimo tentativo appartiene proprio a quel periodo: Dick ingerì 49 tavolette di digitalina (un medicinale cardiocinetico che a dosi ben minori avrebbe ucciso chiunque), sonniferi, mezza bottiglia di vino, si tagliò le vene del polso destro e si stese nella sua Fiat chiuso dentro il garage con il motore acceso. Non servì a nulla. Dick sopravvisse alla vita, ma non alle sue visioni e da una in particolare che chiamò «2-3-74» (avvenuta il 2 Marzo 1974). Quel giorno Dick racconta di essere stato invaso da «un raggio di luce dorata» fino a fargli avere quella che definì, in omaggio a Platone, anamnesis: «La rivisitazione o rievocazione dell'intera summa del sapere», quella che i filosofi chiamano «intuizione intellettuale», la percezione diretta di una realtà metafisica oltre il velo dell'apparenza e di aver colto la «vera realtà».Perché come scrive subito nelle prime pagine «Un giorno la maschera cadrà, e tu capirai tutto» mentre a pagina 49 confessa: «Io ho il mio mondo speciale. Immagino sia nella mia testa. Se così fosse, allora rappresenterebbe quello che sono. Mi sembra di vivere all'interno dei miei romanzi, sempre di più: sto forse perdendo il contatto con la realtà? Sento come se fossi stato tanto persone diverse. Molte persone forse si sono sedute davanti a questa macchina da scrivere, e hanno scritto i miei libri». Da questa presa di (in)coscienza Dick si immerge in dissertazioni filosofiche partendo dalle teorie dei presocratici, di Platone, Meister Eckhart, Spinoza, Hegel, Schopenhauer, Heidegger e Hans Jonas. Non è certo una lettura delle più facili, ma Philip Dick è stato senza dubbio un geniale anticipatore del nostro futuro presente. Come quando scrive, a pagina 88, «La coesione è ciò che il nostro mondo moderno ha perso, a tutti i livelli. Adesso siamo tutti compartimenti stagni. C'è una piccola parte del macrocosmo dentro di noi e questa piccola parte di microcosmo equivale all'intero universo. Il microcosmo contiene il macrocosmo, un altro concetto non pensabile in forma logica. Il Dio dentro di me vede il Dio che c'è fuori; entrambi comuni l'uno all'altro, connessi attraverso la carne. Così Egli, o Esso, non importa, si è reso visibile qui sulla terra. Nel frattempo, Satana fa la fila da McDonald, ordina un Hamburger e un frappè di plastica, illudendosi di mantenere il suo potere». Mentre Dick vuol far cadere il velo che acceca il mondo, nelle pagine finali disvela il proprio, quando a pagina 553 ammette che «Tutti gli artisti sanno di non poter fare a meno di soffrire, e, per questo, forgiano la loro arte nella sfida. Che siano artisti o no, soffriranno. L'arte è l'ultima sfida del Fato». @GianPaoloSerino