Dal Futurismo alla Pirelli: che bella musica si suona dentro le fabbriche

La musica entra nelle fabbriche: "Il canto della fabbrica" racconta le nozze tra musica e mondo industriale

Il Futurismo che entra nel secolo delle fabbriche affascinato dai cambiamenti tecnologici. Indimenticabili le sirene musicali della Rivoluzione d'Ottobre, tra i lavoratori di Leningrado. E poi il secolo Ventesimo sulle ali del ritmo delle macchine, anch'esse considerate Muse. Il secondo dopoguerra e le ideologie contrapposte pure nell'arte. Viaggio fino ai giorni nostri: il lavoro ancora con la materia, un operare però facilitato da operai robot, intelligenza artificiale, automatismi. Altre colonne sonore, altre prospettive. Già, proprio così.

Benvenuti al cospetto di un matrimonio che dal '900 in poi ha dato diversi figli, le nozze tra musica e mondo industriale. Lo spunto per riparlarne è arrivato con la pubblicazione del libro Il canto della fabbrica (Mondadori), un vero catalogo «multimediale» (libro più dvd) a cura della Fondazione Pirelli nel suo decimo anno di vita, in cui c'è anche l'analisi di «questi mutamenti e delle rappresentazioni contemporanee». La musica in primis e come allegato la registrazione di un brano appositamente scritto dal violinista-compositore Francesco Fiore ed eseguito dall'Orchestra da Camera Italiana diretta da Salvatore Accardo, nello stabilimento di Settimo Torinese. Che viaggio la Storia vista da questa prospettiva.

«Basta tanto poco alla felicità. Il suono di una cornamusa. Senza musica, la vita sarebbe un errore», scriveva Friedrich Nietzsche (la citazione è l'esergo del volume, che raccoglie, fra gli altri, interventi di Renzo Piano, di Accardo e del presidente di MiTo Anna Gastel). All'inizio il pioniere Russolo, che si lanciò con manifesti, il volume L'arte dei rumori e l'invenzione degli «Intonarumori». Ossessività e velocità. Elementi di una visione che scombinò le carte. Diverso il rapporto musica e fabbrica con Dmitrij Shostakovic, che firmò la Sinfonia n.2 in si maggiore per il decimo anniversario della Rivoluzione; il Coro All'Ottobre introdotto dalle sirene, il grande sinfonismo in un'industria per celebrare gli eroi e i lavoratori dell'Unione sovietica. Il viaggio continua con Arthur Honneger, svizzero-francese; anche lui col debole per il ritmo di natura meccanica, con l'orchestrale Pacific 231 imitò il suono della locomotiva a vapore. Sul tema sicuramente diede uno scossone Edgar Varèse a suon di idiofoni, cluster e percussioni usati in Ionisation, prima esecuzione nel marzo del 1933 alla Carnegie Hall di New York, una data storica. E arriviamo nell'Italia del secondo dopoguerra: si fa strada Luigi Nono che nel '64 scrisse La fabbrica illuminata. Siamo nel tempo in cui l'arte è più ideologica e va portata in reparto come denuncia; il posto di lavoro luogo di alienazione ma punto zero forse per una nuova civiltà. Tutto poi va scemando, fino agli anni '70, quando fa capolino l'industrial music. Tema al capolinea. Negli ultimi tempi tutto riaffiora, il mondo cambia di nuovo (sempre più velocemente) e in ambito classico-contemporaneo circolano idee come quella di Fiore, che per l'iniziativa Pirelli ha scritto Il canto della fabbrica (sottotitolo «Mi, do, sol e dodiesis») dopo una visita agli stabilimenti di Settimo. L'opera descrive una nuova rivoluzione. È la fase di un pensiero legato al progresso. Scrive Fiore: «Mentre procedevo nella composizione un aspetto mi diveniva più chiaro, e cioè che il violino solista assumeva nella concezione del brano la funzione del pensiero dell'uomo; qualcosa che ha il compito di riassumere gli impulsi e le possibilità date dalla materia».