Dalla Garbo a Gable, quando Hollywood era un mondo dorato

A Roma i ritratti delle star diventate icone. Grazie alle foto la Hepburn divenne diva

Evviva Hollywood, quando le sue star non giocano a Babilonia, ma offrono il braccio per una passeggiata lungo il viale dei sogni in bianco e nero, i più belli. Tra favole e leggende, dove non compaiono depravazione commerciale, o svendita dell'arte al dollaro: «più stelle che in cielo», secondo il motto della Metro Goldwyn Mayer. Visitando la mostra romana Hollywood Icons, a Palazzo delle Esposizioni (fino al 17 settembre), le morti sospette, le perversioni, i delitti e gli imbrogli della Hollywood descritta da Kenneth Anger nei suoi libri, scompaiono come un incubo all'alba. Invece, da una profonda superficialità glamour qui affiorano donne e uomini naturalmente magnetici, così come le generazioni li hanno visti nelle loro fantasie di desiderio. Perché lo storico del cinema John Kobal, dal cui archivio provengono i 160 ritratti dei più grandi nomi della storia del cinema, fu collezionista implacabile di cimeli cinematografici, da lui raccolti non come cimitero di erbacce, ma come sacrario di devozioni. Kobal, scrittore e giornalista originario di Linz e appassionato di film, morto nel 1991 a 51 anni, si è dedicato alle icone di Hollywood. A quegli attori che avevano in sé qualcosa già quando facevano la fame nelle pensioncine di Los Angeles, ma che sagaci fotografi di scena come Clarence Sinclair Bull e Robert Coburn inchiodarono alla loro essenza di star.

A metà degli anni Venti, del resto, gli otto studi che dominavano il mercato mondiale MGM, Paramount, Warner Brother, Columbia, 20th Century Fox, Universal, RKO e United Artists coltivavano un proprio sistema di lancio delle star: si poteva entrare bruttini o sciapi da quei cancelli, ma truccatori, costumisti e fotografi soprattutto operavano un'alchimia. Spettava ai ritrattisti di Hollywood dirozzare Clark Gable o Joan Crawford, trasformandoli in sirene dello schermo. Prima che arrivassero la televisione e i DVD, infatti, la maggior parte degli spettatori vedeva i film una volta soltanto. E le immagini prodotte per la réclame del film dovevano essere magnifiche, quindi molto attraenti. Ecco Marilyn Monroe fasciata di satin sul set di Come sposare un milionario (1953) e le sue forme esplosive, come la posa da pin-up, richiamano la sensualità che Rita Hayworth ostende in Gilda (1946), le spalle scandalosamente scoperte. Varianti e ripetizioni inesauribili di occhi che ammaliano, labbra che promettono, capelli che profumano da lontano dentro alla costellazione dello star-system. Clint Eastwood è già un uomo d'ordine e avrà vent'anni, mentre si sporge da un vano, il ciuffo pettinatissimo. Warren Beatty, in primo piano ed Elia Kazan, abbandonato su una sedia, a torso nudo, promanano virilità senza ombre sul set de Lo splendore nell'erba (1961): il primo interpreta e il secondo dirige, ma la loro vita intima si mescola in un'immagine densa. E poi c'è Fred Astaire, il re dei musical, sospeso in volo mentre esegue un volteggio di Cappello a cilindro (1935), anche in coppia con un attaccapanni in Sua altezza si sposa (1951): la sua felicità appare contagiosa, l'eleganza delle sue caviglie cela ogni fatica a chi guardi quel ballerino indimenticabile, che a Hollywood non volevano per via delle orecchie a sventola e del brutto mento Ed è il carisma di Audrey Hepburn, ritratta in Sabrina (1954), col nasino aristocratico e gli occhi da cerbiatta, l'immagine-simbolo della mostra, organizzata per decadi.

Fu Ernest Bachrach, il capo ritrattista della RKO, a rendere il viso piuttosto comune e lentigginoso di Audrey uno dei volti più sofisticati della storia del cinema. Una volta applicato il trucco e posizionate le luci, della Hepburn risaltava la forza della personalità e il magnetismo personale. Anche le prime fotografie di Clark Gable, scattate per la MGM, rivelano un ragazzo piuttosto comune, senza i baffetti di Via col vento e con le orecchie troppo grandi. Improvvisamente, Gable divenne non soltanto bello, ma anche la più prestigiosa star maschile del cinema: come la gran parte degli attori maschi, odiava il ritratto in studio, ma ben presto imparò a sfruttare la macchina fotografica a proprio vantaggio. Come la sua grande partner, Joan Crawford, diva estremamente fotogenica, subito valorizzata dalla ritrattista Ruth Harriet Louise, poi sostituita dal fotografo George Hurrell. Il quale la trasformò da soggetto in oggetto, calandola in un contesto di profondi contasti in bianco e nero: le immagini perturbanti di lei, ripresa di schiena, sono il clamoroso epos di Hollywood. Infine, Greta Garbo, stella tra le stelle, simbolo di evanescenza e, contemporaneamente, di popolarità. Arrivata a Hollywood nel 1925, troppo alta (1 e 74), con le spalle troppo larghe per le inquadrature, non poteva piacere ai maschi americani. E invece il pubblico intuì, già al suo debutto hollywoodiano, con Il torrente (1926), che il volto pubblico di lei apparteneva al mondo. È tale appartenenza che rende la star un'icona.