Genitori, case e ricordi Oggi essere romanzieri è questione di famiglia

Il Mississippi di Ford e la fattoria della Oates: l'infanzia e i rapporti con madri e padri li hanno resi scrittori

«Lo scrittore - scrive Joyce Carol Oates in I paesaggi perduti (Mondadori) - è una persona che capisce quanto sia profondamente misterioso ciò che è familiare. Quanto stranamente opaco ciò che abbiamo visto mille volte». Alla parola «familiare» si possono anche togliere le virgolette: I paesaggi perduti è il memoir in cui la scrittrice americana racconta della sua infanzia, della sua formazione, della sua famiglia e di come sia diventata scrittrice crescendo in una fattoria a Millersport, stato di New York, negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Una storia che ha deciso di raccontare molti decenni dopo: perché niente come ciò che ci è «familiare» è così vicino e insieme lontano. «Tutte le famiglie nascondono segreti? Tutte le famiglie tramano segreti o addirittura li coltivano?», si chiede la Oates. Perché i bambini si sentono spesso ripetere, come una spiegazione che non è tale: «È stato prima che tu nascessi». Che cosa c'era prima, e anche dopo, durante? Cercare una risposta è già intraprendere una certa strada: «I bambini sanno sempre quello che viene loro taciuto... Lo scrittore potrebbe essere una persona che durante l'infanzia impara a cercare e decifrare indizi».

La famiglia, i tuoi genitori, quelle due persone così date per scontate e in realtà così estranee, sono la prima storia e l'ultima, la più radicale: «Ogni storia, ogni poesia, ogni romanzo è una reiterata richiesta di penetrare quel mistero, instancabilmente rinnovata». Quella è la storia con cui lo scrittore si deve confrontare. Non necessariamente in modo conflittuale, anzi: la Oates confessa di avere amato moltissimo i suoi genitori, di non essere arrabbiata con loro come tanti colleghi romanzieri, di dovere anche a loro, oltre che alla nonna Blanche (che per prima la portò in biblioteca e le regalò una macchina per scrivere) il suo destino di scrittrice. Ma sa anche che lei e il fratello Fred sono cresciuti «ignorando tutto delle origini» della loro famiglia. È solo quando la madre ha più di 80 anni che la Oates scopre il vero trauma della sua infanzia: «Non riguardava l'uccisione del padre - che non aveva conosciuto, essendo una neonata, all'epoca - ma il fatto mortificante di essere stata data via». Anche Richard Ford parla dei suoi genitori in Tra loro (Feltrinelli), due memoriali scritti a trent'anni di distanza, uno dedicato al padre e uno alla madre: «tra loro», Parker e Edna, due ragazzi che si innamorano nel profondo Sud dell'Arkansas e del Mississippi durante la Grande depressione, c'è lui, appunto, il futuro scrittore. Appare quasi di sorpresa, quando in un figlio non sperano più. Tra loro è una dichiarazione d'amore e di rispetto, tanto più forte perché espressa in maniera quasi analitica: «A parer mio, la nostra non era una famiglia così insolita. Né poveri. Né ricchi. Molto uniti, ma riluttanti - un po' per istinto e molto perché non avevamo scelta - a integrarci pienamente nella vita di Jackson. Così sono diventato grande e ho capito che ogni famiglia, compresa la mia, vista dall'esterno sarebbe sempre apparsa diversa da com'era vista dall'interno». Ma, anche vista dall'interno, quella coi genitori è una relazione che nasconde molto più di quanto appaia: «I nostri genitori ci legano intimamente, chiusi come siamo nelle nostre vite, a una cosa che non siamo, creando una sorta di separatezza congiunta e un utile mistero, per cui anche quando ci troviamo insieme a loro siamo soli». È così che l'assenza costante del padre, rappresentante di una ditta di amido da bucato, diventa la normalità; che la quotidianità sono lui e la madre; fino a quando l'uomo muore all'improvviso. E tutto questo ha un legame così stretto con la scrittura, che essa ne scaturisce: «Se mio padre fosse vissuto oltre l'ora stabilita, probabilmente non avrei mai scritto niente, tanto grande sarebbe presto diventata la sua influenza su di me». E dall'altra parte, a proposito della madre, Ford scrive: «Nella sua vita non c'è stato nulla di particolarmente brillante, nulla di celebre. Nessun eroismo... Ma è stata lei che in un modo o nell'altro mi ha reso possibile esprimere i miei sentimenti più sinceri, con un atto paragonabile a quello che la grande letteratura compie sul suo devoto lettore. E con lei ho conosciuto quel momento che tutti vorremmo conoscere, il momento in cui si dice: Sì. È così».

La famiglia di J.D. Vance è tutta diversa. Il padre lo ha abbandonato, la madre è una drogata che cambia un uomo dopo l'altro, il nonno è un alcolizzato, la nonna imbraccia fucili da quando ha dodici anni, nessuno dei suoi compagni pensa di andare all'università, i vicini urlano e litigano e non lavorano, al massimo vivacchiano sulle spalle del welfare. Vengono dalla contea di «Bloody Breathitt» - si capisce dal nome, un luogo poco pacifico (lo stesso da cui proviene la famiglia a pezzi immaginata da Joyce Carol Oates ne Il giardino delle delizie, primo capitolo della Epopea americana che scrisse a metà degli anni '60 e che ora il Saggiatore pubblica in italiano, in quattro volumi). J.D. Vance racconta il mondo degli hillbilly: quello dei bianchi proletari d'America, una volta montanari degli Appalachi in Kentucky, poi operai nelle fabbriche dell'Ohio, alla fine disoccupati in città fantasma che hanno votato soprattutto Trump. Il famoso mondo della Rust Belt, la cintura arrugginita che attorciglia l'America scontenta. E povera. È anche per questo che il suo Elegia americana (Garzanti) è stato a lungo in cima alla classifica del New York Times. E perché Vance racconta come quel mondo, soprattutto la nonna tostissima, con il suo patriottismo e la sua fede incrollabile nel sogno americano («Puoi fare quello che vuoi») l'abbia reso, alla fine, un avvocato laureato a Yale (luogo in cui si sentiva «un alieno»), che oggi lavora nella Silicon Valley e ha una famiglia felice. I nonni, dice, l'hanno reso «un vero hillbilly». Uno che tuttora, fra i suoi «nuovi amici» benestanti e acculturati della California, trova «il concetto stesso di pigiama uno sfizio inutile dell'élite, come il caviale o il fabbricatore di ghiaccio».