Il giallo dell'estate indaga nei misteri di un uomo per tutte le stagioni

La storia vera di una strage compiuta nel 1941 e della seconda vita del principale sospettato

Nell'autunno del 1941 François Garçon, allora il più famoso avvocato di Francia, annotò nel suo diario la notizia dell'assassinio di un vecchio, «fedele amico», Georges Girard. Proprietario di un castello nel Perigord, vi era stato ammazzato brutalmente, di notte, a colpi di roncola, e insieme con lui e come lui erano morte la sorella e l'anziana domestica. Solo il figlio, che dormiva in un'altra ala del maniero, era stato risparmiato da quella furia omicida.

Di buona famiglia, ricco, archivista al ministero degli Esteri, scrittore di libri di storia, nel ricordo di Garçon, Georges Girard era un cinquantenne «ragazzo biondo tirante sul rosso, con un buon umore rinvigorente, un compagno affascinante». Pochi giorni dopo, commentando l'ipotesi giornalistica che vedeva in quel delitto «un crimine di natura politica», legato al ruolo di Girard nel regime di Vichy nato l'anno prima, la liquidò come «idiota». Anche il possibile coinvolgimento del figlio di Georges, il ventiquattrenne Henri, non lo convinse. Se fosse stato così, naturalmente sarebbe stato «orribile», ma la sua esperienza di avvocato lo faceva propendere per «un crimine di avidità contadina»...

Due anni dopo, divenuto Garçon l'avvocato difensore del giovane Girard, in carcere nel frattempo con l'accusa di aver ammazzato per soldi padre e zia, sarà proprio questa pista a rivelarsi vincente, pur fra mille difficoltà: «Avevo contro tutta l'opinione pubblica. Spesso, durante il processo, ho rischiato i fischi». Con pazienza, aveva seminato dubbi e smontato pregiudizi, ma sapeva che non era sufficiente: «La verità è che la folla ha bisogno di giustizia. Se viene commesso un crimine, bisogna che un colpevole sia scoperto e punito. Istintivamente, la massa ha bisogno d'equilibrio. Se avessi solamente tirato fuori dai pasticci il mio cliente, sarebbe stato bene per lui, ma deludente in generale. Comprendendo questa delusione, ho finito per arringare la folla. Dopo aver dimostrato che bisognava prosciogliere Henri Girard ho detto che non bisognava fermarsi lì, che bisognava scoprire il colpevole, che avrei fatto il possibile per trovarlo... Quella stessa folla che tre giorni prima mi avrebbe fatto a pezzi, mi ha subissato di applausi».

Quelle di Garçon rimasero buone intenzioni, frustrate dalla magistratura giudicante. Non c'era interesse a riaprire «l'affaire Girard», una volta che l'unico accusato era risultato innocente, perché troppe le negligenze, le superficialità, gli errori nelle indagini... Ne derivava insomma una cattiva pubblicità per la giustizia in sé, e poi erano tempi difficili, c'era la guerra, il Paese era occupato e il correre dietro all'autore «contadino» di un crimine così bestiale, significava anche andare contro un'idea di ruralità un po' mistica e un po' salvifica che era propria al regime pétainista dell'epoca, le virtù semplici e salutari del popolo opposte ai vizi della borghesia più o meno debosciata. Sotto questo aspetto il giovane Girard, per quanto non fosse il colpevole reale, era il colpevole ideale: violento, viziato, incostante, forte giocatore, forte bevitore...

Lo strano caso di Henri Girard (Sellerio, pagg. 661, euro 18, traduzione di Angelo Molica Franco), di Philippe Jaenada, riapre oggi, se così si può dire, l'inchiesta di allora, ma per quanto l'autore si sforzi di ricostruire, commentare, indagare, accumulando dettagli su dettagli, sono le orme di Garçon quelle che segue e curiosamente è proprio l'arringa di quest'ultimo, in parte riprodotta e/o parafrasata a metà del libro, a rendere di fatto superfluo gran parte del lavoro archivistico-deduttivo in seguito aggiunto dallo stesso Jaenada. Nuoce inoltre al volume un eccessivo narcisismo autoriale, digressioni personali, recupero e accenno a opere precedenti, che non solo lo dilatano a dismisura, ma lo caricano anche di uno stile finto amicale e finto giovanile (Jaenada ha superato i cinquant'anni...) stucchevole e qui e là irritante.

Fortunatamente, l'interesse del libro è altrove, ovvero non nel «caso Girard» in sé, ma nel «caso Arnaud» a cui dà vita, ovvero il ritorno sulla scena, un decennio più tardi, del giovane Henri nelle vesti di scrittore, giornalista, polemista. Si è scelto uno pseudonimo, ma come nome di battesimo usa quello paterno, scrive un romanzo d'esordio, Il salario della paura, da cui Cluzot trarrà una prima, fortunatissima, versione cinematografica (Vite vendute è il titolo in italiano), è un fustigatore dell'(in)giustizia francese, un sostenitore della causa algerina... Prisons 53 si intitolerà una memorabile inchiesta sulle prigioni del suo Paese, finirà di nuovo in carcere, per motivi politici, nel 1960 e Mon procès ne darà conto con grande verve di scrittore.

È difficile dire quanto Georges Arnaud sia debitore del fallimento esistenziale di Henri Girard e della sua odissea di innocente accusato non solo di parricidio, ma di una vera e propria mattanza, sangue a secchi, accanimento sui corpi, addirittura violenza sessuale su uno dei cadaveri, quello della zia... Difficile anche perché, una volta prosciolto ed entrato in possesso dell'eredità paterna, Henri la dilapiderà in pochissimi anni, si sposerà e divorzierà più volte, lascerà dei figli in giro, emigrerà in Venezuela e andrà infine alla deriva per tutto il Sudamerica: «Le vacanze erano finite, erano iniziate alla mia nascita, non avevo mai combinato niente e solo il lavoro crea dei legami tra gli uomini. Nel '47 i marciapiedi di Parigi venivano a poco a poco riconquistati dagli orari e dal calendario. Ho preso il largo per continuare a marinare la scuola».

Rientra in Francia nel 1949, «invecchiato, scheletrico, sdentato, il cranio rasato», niente più soldi, né case, né lavoro. Lo scrittore nasce allora, «scrittore perché non posso essere manovale: nessuno mi assume». Scrittore però di vita vissuta: «C'è più poesia nei libri contabili del proprietario di una bisca che in quelli dei vostri poeti addomesticati, dei vostri romanzieri, pedanti imbianchini della mediocrità». Con Il salario della paura e i suoi diritti cinematografici arrivano la fama, il successo, i soldi e insomma Henri diventato Georges risorge dalle ceneri di ciò che era stato, dall'abisso in cui, anche per sua colpa, era finito. Del ragazzo di un tempo gli resta l'identico disprezzo per il denaro, le buone maniere, l'ipocrisia. Lo tiene in vita l'odio nei confronti della società, la consapevolezza di aver pagato soprattutto per quanto non ha fatto. È un buon combustibile, inesauribile.