Per Giametta la filosofia è religione e narrazione

Daniele Abbiati

«Fa la più grande differenza che un pensatore stia coi suoi problemi in un rapporto personale, in modo da trovare in essi il suo destino, la sua pena e anche la sua migliore felicità, o che stia invece in un rapporto impersonale, cioè sappia soltanto toccarli e afferrarli con i tentacoli di un pensiero freddo e curioso». Non possedendo i tentacoli di un pensiero freddo, piuttosto mani umane (non troppo umane, ma il giusto), Sossio Giametta appartiene alla prima delle due specie di pensatori qui schizzate da Nietzsche. Dal suo Nietzsche, essendo egli, Giametta, uno dei «Nietzsche Boy's» dei quali parlava Calvino (gli altri erano Giorgio Colli e Mazzino Montinari). Ne consegue che i suoi «racconti filosofici» sono filosofia raccontata, cioè intinta nella narrazione. Più che a Madonna con bambina e altri racconti morali (BUR, 2006), dove la narrazione ha la meglio sulla speculazione, ci riferiamo a questi Tre centauri (Edizioni Saletta dell'Uva, pagg. 127, euro 12), così battezzati dal suo amico Raffaele La Capria, vale a dire racconti in cui la narrazione è contaminata dalla filosofia. Il protagonista Girolamo sale volentieri sul rogo dove ardono i concetti, e vi si accomoda. In Il viaggio a Valencia usa la cornice narratologica di un particolare infimo, ma sotto sotto kafkiano, la sparizione del cappuccio di plastica del suo rasoio elettrico (un rasoio molto alla Occam), per discorrere di libero arbitrio, magari applicato alla paella. In Lo zuccone usa come deuteragonista e come «sfiatatoio» la figura di un giovane allievo e amico, per prendere le distanze dall'accademismo (si noti che Giametta non è accademico), ammettendo che sì, filosofi si nasce, come si nasce poeti, ma poi «anche si diventa, perché bisogna applicarsi e procurarsi i ferri del mestiere, cioè una cultura adeguata». In Noli foras ire, gironzola per casa la notte e, non riuscendo a prender sonno, accende la tv. In una vecchia edizione di Canzonissima con Mina e, soprattutto, Walter Chiari, canzoni e sketch gli rimandano, esaltandola, «l'immagine dell'uomo e della vita», filosoficamente parlando, il «soggetto». Ecco, forse per Giametta la filosofia è, come per Sant'Agostino, una vera religione.