"La grammatica è poesia e aiuta a innamorarsi"

A lezione di italiano dal presidente della Crusca: «La lingua è la chiave del successo. In ogni campo»

Francesco Sabatini è così autorevole che il suo nome (con quello del collega Vittorio Coletti) è sinonimo di un Dizionario della Lingua Italiana; però è anche un caso rarissimo di «linguista, filologo e lessicografo» da piccolo schermo, con le sue rubriche tv di "pronto soccorso linguistico". Professore emerito all'Università di Roma Tre e presidente onorario dell'Accademia della Crusca, Sabatini ha appena messo per iscritto la sua Lezione di italiano, manuale (Mondadori, pagg. 224, euro 18,50) in cui spiega, come dice il sottotitolo, "grammatica, storia, buon uso" della nostra lingua. "Ricevo sempre più richieste per tenere corsi di italiano, soprattutto dagli Ordini degli avvocati, dei magistrati e dei giornalisti..."

E come mai professore?

"In una civiltà complessa c'è la necessità di approfondire le capacità linguistiche. Anche una scuola fatta bene non basta per un sapere professionale negli ambiti del diritto, della legge, dell'economia".

Conoscere bene la lingua aiuta ad avere successo?

"Il linguaggio è l'arma specifica della specie umana per capire il mondo. L'affermazione e il successo sono parte di una conoscenza più ampia, che solo la lingua può dare".

D'accordo la lingua, ma perché anche la grammatica?

"I canali predisposti dalla natura ci permettono di capire la lingua parlata e i suoni; ma, da quando abbiamo inventato la scrittura, 4-5.000 mila anni fa, bisogna insegnarla al cervello. È un percorso lungo".

Che cosa succede?

"La scrittura va insegnata a zone del cervello diverse rispetto alla lingua parlata, quelle della sfera visiva. Perciò occorre la scuola, che prepara alla lettura e alla composizione di testi sempre più complessi. Ma per farlo bisogna conoscere il meccanismo della lingua, la grammatica. Che è, appunto, la scienza della scrittura".

E perché dobbiamo affrontare testi sempre più complessi?

"Il sapere umano ha bisogno di discorsi complessi, dal diritto all'economia alla fisica, fino alla filosofia... Ed è la scrittura che ci permette di costruire questi ragionamenti".

Come?

"La scrittura è affidata all'occhio. È l'occhio, non l'orecchio, che ci consente di riflettere, di capire in modo più profondo, analitico".

Per questo troppe sigle e abbreviazioni mettono a rischio il pensiero complesso?

"È uno degli aspetti. Le sigle e le abbreviazioni non sono nate ora, esistevano anche nel mondo antico. Il rischio della tecnologia, o meglio del suo cattivo uso, è che la facilità di produrre frasi abbreviate non spinga a frequentare la lingua più estesa. Lo stesso accade per la scrittura a mano".

Scrivere a mano aiuta a pensare?

"È importantissimo per lo sviluppo del pensiero, perché la mano è un terminale del nostro cervello. Quando tracciamo segni con precisione, come nella scrittura, il cervello partecipa e allo stesso tempo osserva; un uso ben diverso da quello rudimentale di digitare sms o strusciare sul tablet".

Il linguaggio scritto supera anche quello figurativo?

"Solo la lingua può analizzare se stessa: poter spiegare le parole con le parole stesse la rende uno strumento molto preciso. E solo il cervello umano può farlo".

Ma perché servono dei corsi per imparare tutto questo?

"Perché la scuola non lavora al meglio. La formazione linguistica di base dei docenti avviene all'università, e non è sufficiente".

Le scuole non hanno responsabilità?

"Si attribuisce la colpa alla poca voglia dei ragazzi. Un errore, anche perché i ragazzi hanno voglia di capire. A chi spetta il compito di spiegare? Ai professori e ai libri. Ma chi ha preparato i professori? L'università. E perché nell'italianistica non ha fatto il suo dovere?"

Perché?

"Perché gli studi sul linguaggio sono stati lassisti nel Novecento: l'università italiana si è aperta alla scienza del linguaggio molto in ritardo, solo dagli anni '70. Dobbiamo studiare la lingua con delle basi più scientifiche".

Però scrive anche che "di precisione linguistica fuori luogo si può morire".

"Ah sì, cerchiamo di essere ipertecnici quando scriviamo un cartello sull'autobus... Così risulta incomprensibile. L'eccesso di precisione fuori luogo è oscurità. Noi italiani abbiamo paura di usare parole concrete. Se, sull'autobus, si legge lo stesso cartello tradotto in inglese, è semplicissimo".

Che significa?

"Copiamo tante parole dall'inglese, e non lo stile conciso".

Eppure sulla "propaganda" dell'insegnamento dell'inglese è un po' polemico.

"Eh sì, tutte le lingue sono nobili e importanti, ma c'è il principio della lingua prima, legato ai primi venti anni di vita: è quella che mette le radici più profonde in noi e che ci permette le analisi più dettagliate. Se la escludiamo, le nuove generazioni saranno senza basi".

Nel libro fa alcune «concessioni» sull'uso del congiuntivo, della frase segmentata, dell'anacoluto. Ma c'è qualcosa che proprio non sopporta?

"Lo telefono: lo metti nella cornetta? Uno ha un piccolo choc sintattico-semantico. Peggio ancora è il piuttosto che usato come oppure: una maledizione, che ha cominciato a diffondersi dalla Lombardia. Chissà perché".

Niente altro?

"Ma no, mi sono fermato qui, altrimenti avrei scritto cinquanta pagine di cose che non mi piacciono..."

Invece quello che dice del ruolo dei verbi è quasi poetico.

"È vero. Sono il motore della conoscenza tradotta in parole. Con le mani conosco quello che c'è intorno, per esempio tocco il bicchiere sul tavolo; con i verbi esprimo questa conoscenza, che mette in relazione il bicchiere e il tavolo".

Ma è vero che il riflessivo ci consente addirittura di esplorare le sottigliezze del nostro animo?

"Sì. Rappresenta una terza prospettiva nella spiegazione dei fatti, oltre a quella attiva e passiva. L'esempio è innamorare: mi succede, ma è un atto volontario, sono io che decido? O è lei che mi ha colpito?"

Che cos'è?

"È un fenomeno che si genera dentro di me: la terza dimensione dei fenomeni appunto, che riguarda sia fatti meccanici, sia stati d'animo, alcuni dei quali volontari, e molti no. Io ho scelto il più bello: innamorarsi. Del resto la lingua è quello che ci differenzia dalle scimmie. Altrimenti, tanto vale vivere in una gabbia o nella foresta".