Grazie ad Albinati c'è il grande romanzo borghese e italiano

Gian Paolo SerinoForse non è «il romanzo italiano più atteso dell'anno», come si legge sulla copertina, ma senz'altro è quello che mancava. Se da anni ci si chiede quale sia «Il Grande Romanzo Americano» con La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli) ci troviamo davanti al «Grande Romanzo Italiano». Un romanzo immenso perché in nessuna frase ci troviamo a casa e in tutte ci ritroviamo. Un romanzo che non racconta (solo) la mattanza del Circeo, compiuta da Angelo Izzo e Andrea Ghira, ma anche i limiti della famiglia borghese italiana («qualcosa che diventa legge per la semplice ragione di venire replicata sempre uguale»; «la morale in quanto arte domestica è un'invenzione: il mollusco indifeso della coscienza»), i limiti di una generazione, cresciuta negli anni '60 e '70, di «sognatori abbastanza privi di fantasia». Non un romanzo ombelicale («Io per esempio ho sempre avuto molte difficoltà a sentirmi vivo in maniera continuativa»), non un romanzo alla A sangue freddo di Truman Capote, ma un libro intriso di una violenza che è «chimica dell'anima», di un cattolicesimo che è «antesignano e poi epigono del surrealismo».La scuola cattolica non è soltanto il miglior romanzo dell'anno, insieme a Le cose semplici di Luca Doninelli, né semplicemente uno dei candidati al Premio Strega, ma è destinato a restare nella Letteratura del nuovo secolo. Reazione tipica quando se ne consiglia la lettura: «Ma come, 1300 pagine? Allora leggo Alla ricerca del tempo perduto di Proust». Un discorso che non ha senso: intanto perché Proust è una scusa, purtroppo in pochi poi lo leggono davvero, e poi perché il lettore contemporaneo è sempre diffidente davanti agli scrittori italiani, mentre è subito pronto a firmare il cartellino di Donna Tartt e a sciropparsi 892 pagine del suo Cardellino, uno dei romanzi più sopravvalutati degli ultimi anni. Ognuno spende il proprio tempo come vuole, ma l'obiezione che La scuola cattolica sia troppo lungo non ha senso. La letteratura non si misura in centimetri. È assurdo appassionarsi alle storie della New York simil-dickensiana della Tartt e non alla nostra storia più recente.Nel romanzo di Albinati l'anno cruciale è il 1975: non soltanto perché si consuma il delitto del Circeo, forse il primo a chiarire davvero come il Male poteva nascere anche tra le famiglie benestanti e normali, ma perché è un anno in cui i colori delle bandiere iniziano a sbiadire, «come quei rivoluzionari che aspiravano alla giustizia e una volta visti sconfitti i loro ideali hanno ritenuto che fosse inutile continuare a opporsi e hanno accettato, anzi abbracciato e praticato col più spregiudicato realismo le ingiustizie che prima combattevano». Da una parte il racconto di un'Italia sinistrata, a cui Albinati non fa il minimo sconto di pena e dall'altra una delle più lucide analisi su Berlusconi, emblema di una nazione dove «dall'esaltazione si passa dritti al linciaggio»: «il solo borghese che abbia avuto l'impudenza di manifestare, di sfogare senza remore e senza freni il proprio risentimento» a fronte di una «borghesia a cui mancano del tutto le ambizioni o si manifestano in modo catastrofico».Siamo avvinti da pagine molto vicine al miglior Dostoevskij: solo che qui non ci sono nomi russi da ricordare a memoria. Perché i nomi sono i nostri.