Herbert Huncke Il candido peccatore che inventò i «beat»

Picaresco, imprevedibile, a suo (truffaldino) modo nobile. Ecco chi era l'uomo che tenne a battesimo Kerouac, Ginsberg e Burroughs

Herbert Huncke fu l'inventore del termine beat nonché il vagabondo, ladro e tossicomane che ha diviso il cibo, l'abitazione e spesso la refurtiva con i massimi esponenti del movimento, da Kerouac a Ginsberg a Burroughs, i quali ringrazieranno il proto-beat citandolo nei loro versi o trasformandolo in uno dei loro personaggi. L'originale era, in parte, diverso: la sua autobiografia Guilty (Colpevole di tutto, Endemunde, pagg. 189, euro 14) ha il pregio di non offuscare il fondo di rispettabilità calvinista di un uomo che è riuscito a trascorrere undici anni in carcere senza rimanerne corrotto.

Nato nel 1915 a Greenfield, nel Massachussets, Huncke si sposta ben presto nel Village di Chicago, dove viene iniziato all'eroina da un ermafrodito alto un metro e novanta «che abitava in un vecchio hotel vaudeville assieme a cinque minuscoli pechinesi, che lo veneravano». A partire dal 1934 percorre gli Stati Uniti in autostop o saltando sui treni. Ha i capelli lunghi, con quarant'anni di anticipo sulla moda, ma la sporcizia degli hoboes non lo attira: «Ci tenevo ad essere sempre pulito e in ordine. Portavo con me una scatola di sigari nella quale tenevo un paio di calzini, un fazzoletto, spazzolino e dentifricio, crema da barba e rasoio». Nel 1943, giunto a New York, sopravvive sulla 42esima strada convincendo i medici che ha bisogno di morfina, che poi rivende. Nel '44 è sulle coste della Normandia, tre giorni dopo lo sbarco degli Alleati. Poco dopo, l'ennesimo furto lo conduce nella prigione di Hart's Island, l'isola che ospita il cimitero dei poveri di Potter's Field cantato da Tom Waits.

Di nuovo in libertà, entra in contatto con Allen Ginsberg e il variegato universo che lo circonda. Un giorno viene a trovarlo un tipo che indossa un terrificante cappotto con il collo di velluto, «il cappello floscio posato artisticamente sulla cima della testa, gli occhialini sul naso». È William Burroughs, che vuole sbarazzarsi di un fucile a canne mozze e di alcune siringhe monodose di morfina. Huncke si spaventa, teme sia uno sbirro in borghese. «Non vi era nulla in lui che rivelasse abitudini criminali». È Huncke a procurargli il primo buco; e quando Burroughs e la moglie si trasferiscono in Texas, lui li accompagna. Torneranno presto a New York con il portabagagli della jeep stracolmo d'erba, che si rivelerà infumabile.

Fra il 1954 e il 1959, gli anni in cui il movimento beat esplode, Huncke è in carcere. Quando esce si dirige verso il caffè Gaslight dove i reading di Ginsberg, che nel frattempo è diventato «Allen Ginsberg», fanno il pienone. L'autore dell'Urlo «portava una barba di qualche giorno, era vagamente invecchiato, portava capelli più lunghi. Si era ormai fatto una reputazione come poeta e lo capivi dalla fiducia in se stesso che emanava». Per colmo di ironia, la tizia responsabile dello stabile in cui abitava «pensava che Allen fosse assolutamente il massimo dello chic». Solo ora Huncke trova il coraggio di scrivere un racconto e di leggerlo in pubblico, ma ormai la «scena» del Lower East Side ha sostituito i caffè del Greenwich Village e capita che alle 11 di sera una masnada di artisti più o meno sballati entri in casa. Cinque o sei musicisti dispongono gli strumenti e iniziano a suonare, una ragazza estrae dalla borsa il necessario per apparecchiare una specie di altare casalingo: «Si tiravano le tende e in men che non si dica compariva una bottiglia blu cobalto, tipo quelle delle farmacie, piena di anfetamine liquide». Mentre girano i dischi di Charlie Parker, Nina Simone e Billie Holiday, «ognuno sistemava da sé il proprio laccio». È Burroughs, però, a strabiliare: «Poteva prendere un foglio di carta bianco, piegarlo in modo che assumesse la dimensione e la forma di un cranio, avvilupparlo con metri e metri di filo di seta per farlo stare insieme e poi iniettarvi del colore con una grossa siringa ipodermica. Aspirava diversi colori con l'ago e lo infilava più e più volte nella sua creazione. Ci lavorava per ore, poi staccava il filo con le forbici e liberava il foglio che si apriva come una crisalide dei colori più squisiti che avessi mai visto».

Le serate dei beat diventano così note che per imbucarsi c'è gente che scala la facciata dell'edificio per entrare di soppiatto dalle finestre. «Tanti che conoscevo realizzavano imprese che facevano sensazione. E io?», si chiede Huncke. Affiora qui un complesso di inferiorità che non si trasformerà mai in invidia, come rivelano due apoteosi che da sole valgono il prezzo del volume: la descrizione del successo trionfale di Ginsberg nei caffè e il ritorno a New York di Burroughs, che ha già assassinato la moglie ma non esita a leggere Il pasto nudo alla folla adorante.

È sempre Burroughs ad essere al centro dell'episodio più divertente di Colpevole di tutto: una notte, Huncke e il suo complice scorgono sul sedile posteriore di una station wagon una sacca del tipo usato dalle banche per trasportare grosse quantità di denaro. Sfondano la portiera, aprono la sacca: è piena di dollari canadesi. Per spenderli, tentano di passare la frontiera del Canada, ma quando i doganieri scoprono che i «turisti» hanno con sé Il pasto nudo, apriti cielo. Sono respinti come indesiderabili.

C'è anche un'altra verità che si ricava dalle pagine dell'autobiografia, reperibile in un passo che andrebbe letto da chiunque vada a caccia di quell'araba fenice che è la psicologia degli americani, di volta in volta consegnata alla mutria dei puritani, alla democrazia o alla mania per la frontiera. Ormai vecchio, messo da un giudice di fronte alla scelta fra l'entrare in un ospedale per disintossicarsi oppure tornare libero, ma con l'obbligo di troncare ogni frequentazione «pericolosa», Huncke reagisce con una lucidità che lascia a bocca aperta. «Non desideravo affatto aderire ai valori standard della cosiddetta società né ammettere per un solo istante che questo rifiuto fosse una prova del mio disadattamento. Ciò che bruciava di più era la natura manipolatoria della burocrazia e l'indifferenza per le aspirazioni degli individui. Se assumo droghe, questo è affar mio e se ciò costituisce una violazione della legge e mi beccano, questo diventa una mia sconfitta, da pagare secondo la moneta corrente. Ma loro non hanno il diritto di forzarmi in una posizione sotto il pretesto che quel percorso sia il migliore o il più giusto per me». Per decifrare il «caso Huncke», Burroughs scomoda la tradizione picaresca e Lo straniero di Camus, ma forse Colpevole di tutto è semplicemente il diario eccezionale di un peccatore libero e irredento, rimasto sempre se stesso a colpi di orgoglio.