Hodgman, viaggio nell'America rurale sulle orme di una madre

Gian Paolo Serino

Il difficile rapporto tra una madre e un figlio: uno dei temi più classici della letteratura di sempre è al centro del romanzo d'esordio dell'americano George Hodgman che con Io e Betty è riuscito a oltrepassare i molti limiti, e pericoli, che la tematica poteva presentare.

Hodgman, invece, ci regala un romanzo commovente fino alle lacrime, ma graziato da un umorismo che ricorda il miglior Mark Twain. Il protagonista è un importante editor di New York che si deve trasferire a Paris, Missouri, per accudire la madre malata: una donna irascibile, vedova di tutto, che sembra non voler accettare un figlio che ha scelto di vivere in una metropoli per non nascondere la propria omosessualità. Ed è proprio lì, nella provincia americana più profonda, che tra i due protagonisti iniziano a riallacciarsi i fili della memoria, ma soprattutto il prendersi cura diventa occasione per riempire i vuoti del non detto, che è la più devastante cicatrice che rimane a un figlio. Io e Betty (Bollati Boringhieri, traduzione di Manuela Faimali, pagg. 343, euro 18) è in realtà un memoir in cui l'autore racconta la propria storia, colpisce come un figlio d'un tratto si accorga della vecchiaia della propria madre, di come soprattutto per un uomo la madre sia sempre la giovane piena di energia che ti ha educato da bambino.

Soprattutto nel caso di Betty, «all'anagrafe, o sulla sua carta da lettere migliore, Elizabeth Baker Hodgman», che i parenti vorrebbero sistemare in una casa di cura perché considerano folle che un figlio si licenzi dalla redazione di un grande giornale di New York per accudire la propria madre. Per il protagonista è, invece, un'occasione non solo per restituire l'amore ricevuto, ma anche per guardarsi dentro con autoironia ma senza assoluzione e soprattutto per raccontare «un'America rurale che si sta trasformando in un ghetto». Una trasformazione non da poco: sono passati i tempi del Tom Sawyer di Mark Twain, che trascorse la maggior parte dei suoi anni proprio nel Missouri che ha raccontato nei suoi romanzi: anche la più profonda provincia americana è ormai teatro di rapine, spaccio di droga, prostituzione, omicidi e traffico d'armi.

La maggior parte della popolazione vive in vecchie case fatiscenti, in baracche di lamiera o in roulotte: devastata dalle malattie e dal cancro causati dal massiccio uso di pesticidi diffusisi negli anni Cinquanta e Sessanta. Il ritratto inedito di un'America che nessuno ci racconta mai.