"I miei mi manipolavano, ma l'educazione mi ha salvato"

È cresciuta fra i mormoni, senza andare a scuola o dal dottore, ma si è laureata e fa la scrittrice

«Per certi aspetti, il mondo in cui sono cresciuta era bellissimo. L'ideale per vivere un'infanzia libera: le montagne bellissime dell'Idaho, gli spazi aperti, le erbe da raccogliere per la mamma, gli attrezzi e la discarica del papà. Poi però c'erano queste idee estreme che avevano i miei genitori: sulla scuola pubblica, sui dottori, sugli ospedali...». Tara Westover è nata nel 1986 verso la fine di settembre, in una famiglia mormone e in data incerta: la sua nascita non venne registrata dalla madre, come quella di altri tre dei suoi sei fratelli. «C'era tutta quella bellezza, e c'erano le paranoie, le paure. Ma per me era tutto normale». Poi Tara è riuscita a entrare al college, da autodidatta. Dalla Brigham Young University (un ateneo della chiesa mormone, nello Utah), con una borsa di studio è finita a Cambridge e a un dottorato in Storia, per poi tornare in America, ad Harvard. «Divertente: sono passata dall'ignoranza estrema a una formazione privilegiata». Questa è L'educazione di Tara Westover: l'ha raccontata in un memoir (Feltrinelli, pagg. 380, euro 18) e ne parlerà questa sera, alle 21, alla Basilica di Massenzio, per il Festival delle letterature di Roma.

Lei e i suoi fratelli non avete ricevuto istruzione?

«La mamma aveva fatto molti sforzi con i miei fratelli maggiori, ma io ero l'ultima di sette, e ho ricevuto un'istruzione molto informale. C'erano dei libri, ma non ho mai assistito a una lezione, non ho mai sostenuto un esame».

Voi figli dovevate lavorare nella discarica di vostro padre. Non era pericoloso?

«Era un lavoro duro, e anche pericoloso. Ma per mio padre non si possono controllare le cose: quindi, se capitava un incidente o qualcuno si faceva male, come è successo spesso, Dio aveva le sue buone ragioni perché accadesse».

Chi l'ha spinta a studiare?

«Mio fratello Tyler, che da piccolo è andato un po' a scuola. Poi ha imparato da solo algebra e trigonometria, per entrare all'università. Così, quando avevo 16 anni mi disse: cerca di andare all'università e di cambiare vita».

È stato difficile?

«È stata dura. Ho imparato l'algebra. Non avevo abilità a livello sociale, non avevo conoscenze. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l'Olocausto: in una delle prime lezioni trovai quella parola, che non avevo mai sentito. Era difficile scoprire la mia identità e anche avere a che fare con gli altri, persone normali, che andavano dal dottore, mentre noi, se anche eravamo malati o feriti gravemente, non prendevamo medicine».

Al college ha scoperto anche i farmaci?

«Prima l'ibuprofene, come antidolorifico. Poi una volta fui costretta a prendere la penicillina, perché avevo streptococco e mononucleosi. Telefonai a mia mamma per dirglielo e mi spedì subito un pacco di erbe e unguenti: erano tutti per combattere gli antibiotici, non la malattia».

Però dice che i suoi genitori la amavano.

«Amavano i loro figli. Ma quello che volevano per loro era molto diverso dagli altri».

Che cos'è la «schiavitù mentale» di cui parla, citando Bob Marley?

«L'ho capito a Cambridge, studiando la differenza fra libertà negativa e positiva. Quest'ultima è essere liberi anche dalle restrizioni mentali, da quello che ci impedisce di essere noi stessi. Io avevo bisogno di avere accesso a cose, idee e modi di pensare nuovi. Questo mi ha dato l'educazione».

Che cos'è l'educazione?

«Di solito è vista come qualcosa di istituzionale, formale, passivo: come un allenamento al lavoro».

E per lei?

«Volevo raccontare una storia che non era la costruzione di una laurea e di una carriera, bensì la ricostruzione di una persona. Io».

Scrive anche che l'educazione ha un costo. Quale?

«Pensiamo che l'educazione sia sicura, facile, indolore. Ma a me è costata molto. C'è un prezzo per il cambiamento. L'educazione è potente: ma potere significa cambiamento e, a volte, dramma. Anche se io sono grata dell'educazione che ho ricevuto».

L'ha vissuta come un tradimento della sua famiglia?

«Ho combattuto molto. Quando cresci devi definire te stesso rispetto alla tua famiglia. L'educazione ti rende una persona diversa. E per la mia famiglia era difficilissimo accettare qualunque versione diversa di me stessa».

Uno dei suoi fratelli era molto violento e le ha fatto perdere fiducia in se stessa. Come l'ha superato?

«Da piccola avevo solo la prospettiva di mio padre per vedere le cose. Avere un fratello così è stato problematico: mi convincevo che l'abuso non ci fosse, che non avesse effetto su di me. Lui mi diceva che era un gioco. E io credevo fosse tutta una incomprensione. Davanti agli altri fingevo di ridere. Oggi direi a mio fratello che penso sia successo qualcosa di molto diverso».

Come viveva nella paura?

«Non ci pensavo molto. Le cose erano normali così, per me. Era uno di quegli aspetti della mia vita che non mettevo mai in dubbio, come la pioggia. Era un fatto».

È ancora mormone?

«Non più. Però non credo che la religione sia stata il fattore fondamentale in come sono stata cresciuta».

E qual è stato?

«La malattia mentale di mio padre e la tendenza ad allontanare lo sguardo dalle cose scomode e difficili, ad accettarle così come sono, anziché affrontarle e cercare di cambiarle».

Che cosa pensa oggi della famiglia?

«Ci credo ancora. La famiglia può essere meravigliosa, ci sono membri della mia famiglia che contano moltissimo per me. Ma in alcuni casi la famiglia è disfunzionale e non può essere riparata. E allora devi fare una scelta difficile: devi andartene, perché non hai altra possibilità».

Qual è il grande dono ricevuto dalla sua educazione?

«Credo l'abilità di pensare con la mia testa, di non farmi manipolare dagli altri. Di avere fiducia nella mia prospettiva e nella mia mente».

Vostro padre vi preparava all'Apocalisse. Eravate davvero terrorizzati?

«Sono cresciuta così, preparandomi alla fine del mondo. Era normale. Poi non è successo, ma chissà... Sto scherzando».