"Per i migranti l'occidente è una pericolosa illusione"

La scrittrice libanese oggi alla Milanesiana: «Siamo di fronte a gente che fugge senza speranza»

Tre anni e mezzo fa, nella terribile notte della strage Isis al Bataclan, Hoda Barakat, che vive a Parigi da oltre trent'anni proprio nella zona di Place de la République, non dormì finché non fu certa che i suoi figli fossero al sicuro. Fuggita da Beirut proprio quando la guerra si era fatta troppo pericolosa per i suoi figli, sentì nell'aria europea lo stesso odore di morte ed ebbe modo di definire i responsabili dell'attentato «automi usciti da un film dell'orrore». Oggi la Barakat - nata nel 1952 a Bsharri, il paese di Khalil Gibran, è una delle autrici più brillanti e note della letteratura libanese e araba contemporanea, tra i suoi titoli L'uomo che arava le acque e Lettere da una straniera (Ponte alle Grazie) - prova a comprendere anche quegli automi. Con un piccolo libro, Corriere di notte (in uscita il 13 giugno per La nave di Teseo, trad. di Samuela Pagani, pagg. 160, euro 16), che presenterà stasera alla Milanesiana di Elisabetta Sgarbi: un libro fatto di una moltitudine di voci che si racconta attraverso lettere e risposte, il quale le ha permesso di essere la prima donna, per di più di fede cristiano-maronita, a conquistare l'International Prize for Arabic Fiction, il più importante premio letterario arabo, nato nel 2007 negli Emirati.

Il Nobel arabo a una donna che appartiene a una fede minoritaria: qualcosa cambia?

«Francamente non ho mai voluto candidarmi per questo premio: non frequento la cerchia delle pubbliche relazioni e non desidero più essere sottoposta a esami. Ma il mio editore arabo ha insistito. La prima volta non sono arrivata nemmeno alla short list: hanno detto che il volume era grande e complicato. Ma per Corriere di notte è la giuria che ha invocato il romanzo, che non era candidato, ed è stata una sorpresa, perché nel libro, che è denso e per nulla popolare, ci sono cose che supponevo essere vietate al grande pubblico. Io non vivo nel mondo arabo, ma scrivo in arabo e continuerò a scrivere in arabo: questo premio mi dà una grande visibilità, in molti mi leggeranno e finalmente capiranno che se uno è esigente nella scrittura non vuol dire che sia elitista».

Di che cosa parlano le lettere di Corriere di notte?

«Alla base c'è l'idea di ascoltare una moltitudine di voci, con un filo che le riunisce: sono stranieri in marcia, erranti che vengono da Paesi differenti non ne scrivo il nome, ma si tratta di Africa o Medio oriente. Il momento in cui scrivono le lettere è un fermo immagine, da cui sappiamo che non sperano molto: sanno che è difficile accoglierli, sanno già alla partenza che c'è pericolo di morte, ma si sono indebitati per il passaggio in Occidente. Partono a causa della povertà, del sistema politico corrotto o dittatoriale, della guerra civile, dell'islamismo estremista. Hanno attraversato mari e camminato senza fine, ma senza voler arrivare in un posto ben determinato».

Qual è il loro scopo, allora?

«Partire».

Ma poi il viaggio finisce: bisogna pur avere un obiettivo.

«Forse sopravvivere. Nella speranza che i loro figli abbiano la possibilità di fondare qualcosa. Ma per loro, dopo il modo in cui si sono gettati sulle strade e per i mari, la possibilità di arrivare a una vita normale è molto ridotta. Sanno anche che la tendenza generale è non dare legittimità alla loro vita: partono lo stesso. Questo è stupefacente: esporsi a un pericolo immediato per partire dalla propria patria, un odio del luogo da cui si parte senza un progetto nel luogo dove si potrebbe arrivare. Non si è mai visto questo genere di migrazione in passato».

Che cosa ha in comune lei con queste persone?

«Cerco di ascoltarle, perché anch'io mi sento una straniera, anche io ho questo sentimento di aver lasciato il Libano senza arrivare davvero da qualche parte».

L'Occidente è un'illusione?

«Questa è la domanda più importante. L'Occidente è una doppia illusione. Prima di tutto perché non può accogliere tutte queste persone. Secondo perché ha paura e questa paura viene dalla sua crisi identitaria. Così l'Occidente ha sviluppato un doppio sguardo: uno angelico, che considera che sono tutte vittime innocenti e bisogna aiutarli tutti. E l'altro, sempre più forte, che dice che bisogna chiudere le frontiere perché quel che arriva è un virus per la civiltà. Queste persone non possono essere del tutto malvagie. Ma nemmeno del tutto angeliche, perché hanno trascorso una vita sotto dittature o sistemi politici molto corrotti, portano con sé le malattie e i difetti di questi sistemi e dunque possono mentire, anche quando sono molto ben ricevuti, come uno dei protagonisti delle lettere del mio libro. Entrambi gli sguardi vedono queste persone come una massa e sottostimano la pericolosità del problema. Io sono una scrittrice e ho voglia di considerarli come individui».

Dove è arrivata facendo questo?

«A capire che il malinteso e la incomunicabilità sono troppo profondi: non mi aspetto più niente dall'Occidente. Se il destinatario non è disponibile, le lettere con le loro richieste di aiuto non possono fare nulla. Solamente il lettore può mettere insieme il puzzle di queste esistenze spezzate, ricostruire l'immagine di uno specchio rotto».