I moltissimi scheletri nascosti nell'armadio dei comunisti europei

Stéphane Courtois e altri storici ricostruiscono le vicende della sinistra del Vecchio continente

Da oggi è in edicola con il Giornale il volume Il libro nero del comunismo europeo curato da Stéphane Courtois. Lo storico francese è uno dei più grandi esperti delle vicende dei movimenti politici di sinistra durante il XX secolo. Grandissimo rumore fece, nel 1997, un saggio collettaneo da lui curato: Il libro nero del comunismo. Per la prima volta in quel volume si tentava una quantificazione delle vittime della violenza dei regimi totalitari di sinistra: non meno di cento milioni di persone.

Il libro scatenò, soprattutto in Francia, un vivacissimo dibattito. Aveva infranto il muro del conformismo «benevolo» di intellettuali e scrittori che, sino a quel momento, avevano nascosto sotto il tappeto della storiografia dominante le violenze di Lenin, Stalin, Mao e adepti vari... Il libro nero del comunismo europeo si muove sulla stessa linea di demistificazione, ponendo l'accento sul Vecchio continente che, per mere questioni editoriali, nel primo volume era stato trascurato.

Forse il capitolo più interessante è quello intitolato Del passato facciam tabula rasa!, vergato direttamente da Courtois. Illustra in maniera magistrale come in Occidente un gran pezzo dell'intellighenzia abbia fatto di tutto per non vedere, e non raccontare, i crimini dei totalitarismi di stampo sovietico. Prima e dopo il crollo del Muro di Berlino. Anzi, per certi versi, proprio dopo il crollo del Muro, quando è diventato sempre più difficile fingere di non sapere, l'insabbiamento è divenuto più sistematico. Gli archivi sovietici, finalmente resi pubblici hanno chiaramente mostrato come il Pcus agisse per controllare i partiti satellite in Occidente. Ma molti davanti a questa evidenza hanno girato la testa dall'altra parte. Così come l'hanno girata di fronte ai documenti che provavano in maniera inconfutabile che la strage di Katyn era opera delle truppe sovietiche e non di quelle naziste. Oppure hanno continuato a considerare propaganda capitalista i milioni di morti della carestia ucraina del 1932-33. Insomma, l'amnesia e i distinguo nella cultura di massa occidentale sono tutt'altro che spariti, nonostante gli sforzi di alcuni storici. Anzi, come spiega Courtois c'è anche un'amnesia tipica dei Paesi ex comunisti. Scriveva lo storico François Furet già negli anni '90: «La fine del comunismo faceva prevedere che sarebbe stata accompagnata da scontri terribili, e invece si è compiuta nella pace civile, senza essere seguita da scontri e epurazioni». Ma questo esito incruento, in molti casi, ha avuto come prezzo la cancellazione della memoria. Una cancellazione pericolosa che rischia di far rinascere gli autoritarismi dalle loro ceneri. Ci sono agenti dei servizi di sicurezza comunisti che dopo aver ucciso o torturato centinaia di persone hanno concluso la loro vita nella più completa impunità. Basti citare il colonnello Nikolski, vicedirettore della temutissima Securitate rumena. Insomma, continua ad esistere un corposo negazionismo comunista che fatica a morire. Del resto in Italia lo si può vedere all'opera ogni volta che si parla di Istria e delle Foibe.

Altre parti del libro, invece, presentano saggi che si occupano in maniera «monografica» di singoli Paesi e di singoli partiti comunisti rimasti ai margini del Libro Nero. Per noi italiani ovviamente il saggio più interessante è quello dedicato al Pci e a firma di Philippe Baillet, Togliatti e la difficile eredità del comunismo italiano. Baillet segnala con forza come nel nostro Paese, a differenza di quanto si crede, soprattutto all'estero, le dinamiche della politica non hanno preso affatto, nella maggior parte dei casi, una bonaria forma alla Don Camillo e Peppone. Spiega con chiarezza che «l'Italia fu invece l'unico Paese dell'Europa occidentale in cui la sinistra stalinista prevalse su quella democratica». La chiave del suo lavoro è un'attenta disamina dell'ascesa di Togliatti, che di questa stalinizzazione a tappe forzate fu il principale responsabile. Ne mette in luce tutte le durezze e il ruolo attivo nell'epurazione di tutti i compagni, italiani e non, che non erano intenzionati a trasformarsi in servi dell'Urss. Un appiattimento politico che forse toccò l'apice con l'articolo con cui Togliatti commentò l'invasione russa dell'Ungheria. Si intitolava Per difendere la civiltà e la pace: «Una protesta contro l'Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa... non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza, questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell'uovo».