I "nipoti" di Michéa e de Benoist. Così giovani e già antimoderni

Inattuali, postmoderni, nati dopo la caduta del muro di Berlino. È la "generazione maffesoliana" dei nuovi intellettuali francesi

«Giovani e antimoderni» li ha definiti Le Monde nell'inchiesta con cui, nei giorni scorsi, ha presentato le idee che terranno banco nel 2017. «Hanno meno di trent'anni, utilizzano tanto il web quanto la carta stampata» e, ha proseguito nel suo identikit il quotidiano parigino, «nella loro lotta senza complessi contro l'ideologia del progresso» si rifanno a pensatori come Jean-Claude Michéa. Proprio Michéa ha appena pubblicato per Flammarion Notre ennemi, le capital, peraltro in precedenza uscito come intervista-fiume sulla antiprogressista Le revue de comptoir, e l'impressione è che si stia assistendo a un'alleanza senza complessi fra vecchie glorie ancora in attività e talenti in erba già in partita... Michéa ha 66 anni, viene dal mondo comunista, non va in televisione e ha sempre preferito l'insegnamento nei licei a quello nelle università. I suoi sponsores, che ironicamente si sono ribattezzati «michéens», «michéistes», «jeanclaudemichéistes», raramente superano la metà dei suoi anni, hanno tutti buoni studi alle spalle, economia, letteratura, filosofia, animano una pletora di riviste militanti dai nomi stravaganti: Phillitt, Limite, Accattone (strizzata d'occhio a Pasolini), Raskar Kapac (strizzata d'occhio a Hergé), la già citata Le Comptoir, consacrano numeri unici a Corto Maltese e a Maurice Ronet, l'attore di culto della cosiddetta generazione degli Ussari anni Cinquanta del secolo scorso. «Ci piace l'inattuale», ha detto a Le Monde uno dei redattori di Raskar Kapac, «è postmoderno».

Secondo Jean Yves Camus, studioso del pensiero dell'estrema destra francese, siamo di fronte «a una generazione maffesoliana», molto diversa dai «reazionari post-1980, gli indignati di professione come Eric Zemmour», l'autore di quel Suicide français che un paio d'anni fa è stato uno dei saggi più venduti in Francia. Il riferimento è al «sociologo delle tribù» Michel Maffesoli, uno dei teorici della post-modernità come luogo di confronto fra culture di nicchia e dove i termini destra e sinistra non hanno più ragione d'esistere. Si tratta di giovani nati più o meno dopo il 1989, quando cioè il Muro di Berlino era già caduto, che andavano ancora a scuola quando il Front National arrivava al secondo turno delle Presidenziali, che hanno sempre conosciuto un Partito socialista liberale e non marxista... Per molti di essi, il battesimo elettorale ha coinciso con le cosiddette «émeutes de banlieu», le rivolte delle periferie che nel 2005 incendiarono il Paese. Deriva anche da questo, osserva Alexandre de Vecchio, «l'importanza del discorso identitario». De Vecchio è l'autore di un rapporto-saggio su questa generazione dal titolo emblematico di Les nouveaux enfants du siècle. Djihadistes, identitaires, réacs. Enquête sur une génération fracturée (Editions du Cerf).

Rispetto ai reazionari d'antan, qui c'è meno ossessione complottista, meno risentimento, meno fissazioni ideologiche e sindromi da tradimento, e anche meno divieti e/o tabù. È una generazione che rifiuta il settarismo, che auspica il dialogo fra campi opposti, che non è più tributaria della vecchia cultura antifascista degli anni '90. Ne fa testo anche quella che sempre Le Monde definisce «la seconda giovinezza di Alain de Benoist», filosofo e agitatore culturale che proprio Le Monde ha sottoposto per anni a un'occhiuta polizia del pensiero... Il suo centotreesimo libro appena uscito s'intitola Le moment populiste. Droite-gauche c'est fini!, ed esplora il divorzio fra «il popolo» e «La Nuova Classe dominante», ovvero le élites globalizzate.

Non è un caso che Michéa e de Benoist, pur senza essersi mai visti, si stimino e si leggano vicendevolmente. Entrambi preferiscono il socialismo delle origini a una sinistra ripiegata sull'antirazzismo e sui diritti dell'uomo, entrambi ritengono che liberalismo economico e liberalismo sociale siano due facce della stessa medaglia. Come dice de Benoist, «sono stanco di una destra conservatrice e nazional-liberale che non è mai stata capace di capire di star aderendo a un sistema economico che distrugge tutto ciò che essa pretende di conservare, che mescola liberalismo economico e conservatorismo sociale, logica del profitto e appello ai valori, ordine morale reazionario e xenofobia».

In Notre ennemi, le capital, Michéa dice la stessa cosa usando immagini diverse, ovvero che per imporsi un'economia di destra ha bisogno di una cultura di sinistra come alleato. «Il Festival di Cannes non è la maestosa negazione del Forum di Davos, ma, al contrario la sua verità filosofica conclusa». C'è insomma un'alleanza fra l'ideologia libertaria dei militanti pro-rifugiati No Border, niente confini, e quella liberale e manageriale che vede gli immigrati come forza lavoro... C'è un legame fra l'impasse liberale (la ricerca illimitata del profitto che distrugge i legami sociali) e la cosiddetta «gauche sociétale» che lotta contro tutte le discriminazioni, ma non mette mai in discussione il sistema capitalista di sfruttamento... Anche Michéa è per un «cambiamento di paradigma» che rompa «l'immaginario progressista» così come l'opposizione-destra-sinistra, che altro non è se non la persistenza di due versanti, in apparenza opposti, dello stesso «blocco liberale».

L'inchiesta di Le Monde riflette per molti versi il confuso e convulso clima politico delle prossime presidenziali, dove la sinistra socialista fatica a trovare un candidato che non sia una copia liberale dell'ultra liberale e liberista Fillon, e così facendo si condanna all'estinzione, e dove il populismo di Marine Le Pen fatica a trovare uno sbocco in grado di farla andare oltre quel «blocco liberale» garante della propria sopravvivenza come blocco di potere. C'è una Francia periferica che per il momento resta ai margini, non va alle primarie e dirà la sua al primo turno. È allora che si vedrà quanto e se l'anti-modernità è una moda, una tendenza o una realtà.