I social distruggono anche l'urbe

Giancarlo Consonni spiega come si è persa l'armonia nelle costruzioni

Mattia Rossi

L'Italia, si sa, è il regno della bellezza: arte, teatro, musica, archeologia, architettura. Ma se limitiamo il nostro sguardo a ciò che è in se stesso arte manchiamo di qualcosa. E quel «qualcosa» è ciò che Giambattista Vico chiamava «bellezza civile», la bellezza tutta italiana delle nostre città nelle quali l'agri coltura e l'urbis coltura hanno sempre costituito un tutt'uno volto a prendersi cura del mondo circostante. E proprio a questa caratteristica del Belpaese, in cui anche nell'urbanizzazione si è sempre perseguito il bello, è dedicato Urbanità e bellezza (Solfanelli, pp. 72, euro 8). L'autore, Giancarlo Consonni (emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano), parte dal presupposto che la bellezza è «fatto inscindibile dall'urbanità» e che il segreto della tradizione italica è nella teatralità: «Nell'arte di costruire città l'Italia è stata maestra della bellezza d'assieme. Ha inventato l'armonia complessa derivante dall'interazione dialogica degli organismi edilizi che infonde qualità teatrale agli spazi aperti pubblici». Oggi, però, quest'arte è in crisi: il nostro «teatro» non è più rappresentato dal luogo fisico, ma dai mezzi di comunicazione e dai social. Ecco perché il «dilagare della bruttezza» è «indice della crisi profonda di valori e di civiltà che stiamo attraversando». La riduzione dell'abitare a «funzione» ingrana una progressiva svalutazione del paesaggio quando, invece, l'abitare era cura dell'habitat, appunto, in uno spirito di appartenenza e condivisione. La via d'uscita? Riproporre la «cultura dell'abitare» perché «la città deve tornare a essere motore dell'immaginazione, capace di essere ospitale, di mettere in moto emozioni e sorprese».