Le icone divine di Lanza dipinte con la fede e la terra

Nino Spirlì

«Scrivo le mie icone come fossero pagine di Vangelo confessa Paolo Lanza - mentre mi dedico alla loro nascita, ascolto musica religiosa, dai canti gregoriani a quelli dei monaci ortodossi del Monte Athos, prego incessantemente, profumo l'aria con incenso e mirra. Mi perdo in un'estasi devota, contemplando l'Universale!». Le icone non sono quadri, ma estensione del Divino. Hanno il compito di ispirare, «battezzare» e confermare la Fede. I «soggetti» sono infiniti. Il «Pantocratore» e la «Glicofilusa», la «Dormitio Mariae», la Natività, i Santi, gli Arcangeli. Seguendo l'esempio dell'evangelista Luca: fu lui a «fotografare» la Vergine Maria nella prima icona della storia cristiana.

Il Maestro Lanza ha appreso la tecnica della tempera ad uovo dai monaci del Monte Athos. Utilizza, onorando la consuetudine, solamente terre e pigmenti naturali e arricchisce le proprie opere con pietre dure, gemme e metalli preziosi. Pur immerso nel rispetto della tradizione, veste le proprie creazioni di una personale libertà, rendendole comprensibili perfino al più apparentemente disattento uomo di oggi. Molte delle sue icone accompagnano le preghiere dei fedeli nei luoghi della santità del Sud Italia: dal convento di S. Umile, a Bisignano, alla Chiesa di Santa Domenica di Mandanici fino alla Città di Gioia Tauro. Da buon Maestro, Paolo Lanza, tiene svariati corsi di iconografia ai suoi allievi, fra i quali un gruppo di ragazzi con problemi psichici. Sia nel proprio atelier, nel cuore di Messina, che in molte città del Mezzogiorno. Perché l'Arte Vera fa bene all'anima, al corpo e alla mente, riconcilia con l'Universo.