Indro si sgranchiva prima del gran fondo

Quando gli altri camminavano in fretta per tornare a casa, sciamando fuori dagli uffici come in fuga, lui camminava con calma e con gusto, per pensare.

Pensare è il primo passo sulla strada dello scrivere, e di questo si trattava, per lui. Di scrivere. Il «fondo», per Indro Montanelli, era una piacevole marcia quotidiana, una passeggiata di salute, un rito propiziatorio. Ma prima di azionare le dita sui tasti della Lettera 22, il direttore azionava le sue gambe da fenicottero, uscendo dal Giornale, negli anni in cui la sede era in piazza Cavour, per raggiungere i Giardini pubblici di via Palestro, quelli che oggi sono a lui intitolati, quelli dove fu gambizzato.

Quattro passi per scegliere fra quattro idee, tre spunti, due suggestioni, un'illuminazione. Vinceva sempre quest'ultima. Spesso qualche lettore gli si avvicinava per salutarlo, domandargli qualcosa. Con cortesia, tagliava corto e proseguiva, ciondolando e rimuginando. Grosso modo, ogni metro una parola. Poi rientrava nel suo ufficio, che diventava off-limits per tutti.

Dopo la gestazione peripatetica, era il momento del parto. Spontaneo e liscio come l'olio, senza tagli, dubbi, errori e omissioni. E quando i primi vagiti del «fondo» andavano in composizione, Indro si sedeva. In tv c'era l'ispettore Derrick, un suo vecchio amico.