Gli inferni quotidiani di Lucia Berlin

Un'americanissima raccolta di racconti che fanno a pugni con la vita

È una lunga e indocile «sera in paradiso» quella che descrive Lucia Berlin (19362004) nei suoi racconti, che hanno molto di autobiografico: la scrittrice americana, paragonata a maestri della short story come Alice Munro e Raymond Carver, racconta infatti di inferni quotidiani capaci di diventare storie di interni domestici dove la vita sembra spesso uscire dalle feritoie dell'esistenza

Protagonisti sono emarginati, alcolisti, scrittori, musicisti, donne abbandonate (d)a se stesse: ambienti dell'animo umano che Lucia Berlin ha frequentato per quasi tutta la vita.

Lucia Berlin è stata insegnante precaria, centralinista telefonica, donna delle pulizie, ha conosciuto la miseria come la ricchezza. Ha avuto quattro figli da tre uomini diversi, ha vissuto la New York del Greenwich Village degli anni Sessanta, ha abitato in una comune hippy a Berkeley e girovagato per gli Stati Uniti su un camper. Segnata dal demone dell'alcolismo, morta nel 2004 attaccata a una bombola dell'ossigeno che le permetteva di respirare, è stata riscoperta solo quattro anni fa grazie alla scrittrice Lydia Davis che fece scoprire agli americani la raccolta La donna che scriveva racconti: in Italia è stata pubblicata tre anni fa da Bollati Boringhieri diventando anche grazie al passaparola dei lettori un libro di culto. Vincitrice del «National Book Award» nel 1991 (con la raccolta inedita Homestick) torna ora in libreria con Sera in Paradiso (Bollati Boringhieri, pagg. 268, euro 18): ventidue racconti che graffiano sul vetro della vita, quasi tutti autobiografici anche se Lucia Berlin ha la rara capacità di renderli universali. Storie che appartengono a tutti noi, ed è questa la magia della grande letteratura alla quale appartiene di diritto. Sono storie di amori perduti, rincorsi, sognati, sono racconti su esistenze apparentemente alla deriva (musicisti, alcolisti, vicini di casa anonimi chiusi nel loro silenzio delle parti, attrici fallite, gigolò) ma che ritrovano la propria dignità proprio grazie alla scrittura dell'autrice. Una scrittura che non mira all'osso ma al midollo, capace di slanci umoristici, quasi comici, pur affrontando spesso storie di mai ordinaria violenza.