"Insegno a fare il nobile come mio padre a Sordi"

Nella versione teatrale de «Il principe abusivo» di Siani l'attore è un «ciambellano piuttosto blasé» Un signore, come Vittorio nel «Conte Max»

Una mattina Christian De Sica è al bar sotto casa, a fare colazione. Due ventenni lo riconoscono. E uno bisbiglia all'altro. «Lo sapevi che anche il padre di Christian faceva l'attore?». «Mi prese un colpo racconta il secondogenito del grande Vittorio (da oggi al Sistina di Roma in Il principe abusivo) - Era mai possibile che l'autore di Ladri di biciclette, uno dei creatori del Neorealismo, il vincitore di quattro Oscar per quei ragazzi fosse solo il padre di un divo da cinepanettone?». Scherzi della popolarità. Ma anche segno d'una popolarità a suo modo - unica. Quella di un attore che, a 65 anni, è amatissimo dai diciottenni. Poche sere fa, tra gli ottomila spettatori che al Forum di Assago l'hanno applaudito in Il principe abusivo, versione teatrale dell'omonimo film di e con Alessandro Siani, moltissimi erano gli adolescenti.

«Non solo. Quando cammino per strada ragazzi più giovani dei miei figli mi chiamano zio. Credo che mi considerino più che un attore. Per loro sono quasi uno di famiglia. E questo è raro. Di attori più bravi di me ce ne sono tanti. Ma un affetto simile, in pochi possono vantarlo».

Eppure stavolta il suo personaggio si distacca da quelli, piuttosto grossier, dei cinepanettoni...

«Ah, sì: di solito rendo simpatici dei mascalzoni repellenti e parolacciari. Nell'adattamento teatrale del film che già interpretai con Siani, invece, sono un ciambellano di corte piuttosto blasé. Che prima insegna al povero Siani come comportarsi da nobile; e poi prende lezioni da lui per diventare uno del popolo».

Come papà De Sica, che nel Conte Max insegnava a Sordi cos'è un vero signore.

«Sa com'è: physique du role. Come mio padre anch'io ho una figura borghese, che però non riesce a prendersi sul serio. Insomma: siamo dei cavalli padronali. Ma con le pezze al sedere».

In quel bar sotto casa c'era anche suo fratello Manuel. Che con l'associazione Amici di Vittorio De Sica ha consacrato la sua vita al restauro e alla conservazione dei capolavori di vostro padre.

«Manuel se n'è andato troppo presto. Aveva un carattere forte; forse non facile, ma anche ipersensibile, quasi a livelli femminei. Ed era un grande musicista. Il Festival dei Due Mondi di Spoleto dovrebbe dedicare un concerto alle sue musiche da film, come quelle del Giardino dei Finzi Contini, per le quali guadagnò una nomination all'Oscar».

In teatro lei ha un successo enorme. Perché non ha mai interpretato un musical pur avendone tutte le capacità?

«Pietro Garinei mi propose la ripresa di Ciao Rudy: il Rodolfo Valentino già interpretato da Mastroianni. Ma ci furono problemi coi diritti. Poi mi offrì Alleluja brava gente, nel ruolo che era stato di Gigi Proietti. Ma ero troppo occupato col cinema. Oggi chissà - avrei l'età giusta per fare il professor Higgins di My fair lady...»

Ha fatto pace coi critici che una volta esecravano i suoi film di Natale?

«Una volta c'erano Totò contro Maciste o Mazzabubù... quante corna stanno quaggiù?, con Franco e Ciccio. Solo che, a compensare, c'erano anche De Sica, Fellini, Visconti Oggi, invece, ci sono solo le commedie».

E che fine ha fatto il suo progetto su La porta del Cielo, storia del film con cui, durante l'occupazione nazista di Roma, suo padre salvò dalla deportazione decine di ebrei e antifascisti, arruolandoli fra le comparse?

«Ahimè. È il mio sogno continuamente rimandato. Una storia meravigliosa, tutta vera, in cui finalmente interpreterei il ruolo di mio padre. Ma che non sembra interessare alcun produttore. Ho bussato a tutte le porte, sono stato più volte sul punto di partire, e poi Comincio a pensare che non lo girerò mai».

Amato, popolare, applaudito anche a Tale e Quale Show C'è qualche sogno che ancora alimenta il futuro di Christian De Sica?

«Vorrei debuttare nel teatro di prosa. No: non il solito Molière. Mi ritengo un attore completo. Punterei direttamente ai classici: alle tragedie. Un Otello, un Re Lear. Sul serio. Qualcosa di totalmente distante da tutto ciò che sono stato finora. Se teatro dev'essere, che sia per me un vero salto mortale».