«Io e Berlusconi sul palco del teatro Manzoni Lui mi voleva direttore. Dissi no. Ma che forza»

Il grande attore protagonista di una serata milanese con Edoardo Sylos Labini

Angelo Crespi

L'aneddoto su Silvio Berlusconi raccontato da Gabriele Lavia svela il carattere di entrambi. Nel 1978 inizia la gestione Fininvest del Teatro Manzoni di Milano, il salotto buono della prosa. La prima stagione è irripetibile, anche se poi ce ne saranno altre da segnare negli annali. Inaugura Lavia con Amleto, ed è un clamoroso successo. Berlusconi che vuole il meglio gli propone la direzione artistica. «La pensavamo all'opposto, ma era molto seducente, come poi ha dimostrato in politica. Mi metteva a disposizione soldi per le produzioni, la casa, la benevolenza del suo entourage... Ci vedemmo in teatro, gli dissi no. Lui sorpreso mi chiese perché no. Gli risposi che il boccascena era molto basso, anche la graticcia era bassa. Lui mi guardava perplesso. Salimmo sul palco, vede? indicai, è basso. Lui ancora non capiva. Gli chiesi: lei sa cosa c'è sopra la sua testa? Mi rispose di no. Spiegai che sopra la testa di ognuno di noi c'è il destino, lei vorrebbe il suo destino quattro metri sopra? No, mi concesse lui. Neppure io quando vado in scena voglio il destino tanto vicino. Ci salutammo. Il mattino seguente all'alba mi telefonò in albergo: maestro ho fatto un sopralluogo, ha ragione lei, il boccascena è basso, ma purtroppo sopra c'è un cinema e non possiamo sfondare il soffitto. Vede dottore! gli dico io soddisfatto. Ma posso far scavare la platea aggiunge lui, se accetta abbasso platea e palco. Non me la sono sentita. Devo però ammettere di essere rimasto colpito dalla sua forza».

È iniziato così tra gli applausi, l'incontro l'altra sera al «Manzoni Cultura», al teatro Manzoni di Milano, dove è stato presentato il libro fotografico che ne ripercorre la lunga carriera (Lavia il terribile, Manfredi editore). Edoardo Sylos Labini conduce l'intervista come fosse il play maker, alza la palla e Gabriele schiaccia. Ne esce una sorta di lezione che andrebbe portata a memoria. «Il teatro è semplice, lo hanno già inventato» chiosa Lavia con un motto che esprime un sentimento reazionario nel senso più nobile del termine, di che reagisce contro le inutili sperimentazioni che hanno ammorbato questo mondo dagli anni Sessanta, «il teatro alternativo è alternativo al teatro», «se vai a vedere uno spettacolo e non lo capisci è colpa del regista», e lo dice un mito della sinistra che però preferisce i greci ai moderni sperimentalismi, al teatro radicalchic che è frutto di ostentazione culturale, perché tutto in fin dei conti è già stato scritto e Amleto non è altro che una variazione di Oreste, un intreccio padre, figlio, zio, fantasma - su cui poi hanno lavorato Cechov, Strindberg, Ibsen... e come aveva arguito Pirandello nel Fu Mattia Pascal tutta la differenza fra la tragedia antica e la moderna sta «in un buco nel cielo di carta». Appunto Pirandello, siciliano come lui. In queste settimane Lavia gira l'Italia con un adattamento sopraffino de L'uomo dal fiore in bocca, che riempie i teatri: «È l'unico ad aver inventato una cosa unica, che non si può scrivere una seconda volta - dice - i Sei personaggi in cerca di autore sono il non plus ultra della drammaturgia». E nel grande racconto c'è spazio per l'infanzia, la Catania della guerra, Lavia pur sembrando un ragazzetto è nato nel 1942, il padre che lavora in banca, un gruppo di teatranti che chiede ospitalità in casa sua per le prove degli spettacoli, il piccolo Gabriele che in un angolo, zitto, assorbe il mestiere, il primo libro imparato a memoria, Il Cyrano de Bergerac, la necessità della famiglia di spostarsi per lavoro, il dilemma se a New York o a Torino, e infine la scelta Torino, «segno inequivocabile che i genitori non possono che incidere in modo sbagliato sulla vita dei figli»...

Se fossero andati a New York i Lavia, Gabriele sarebbe Al Pacino, restando in Italia è Lavia, il che non è poco.

La lezione sul teatro finisce con la nozione di «steresis», di «privazione», tanto cara ad Aristotele, perché le cose possono provenire dall'essere, ma anche dalla privazione dell'essere, così il legno privandosi della sua legnosità può diventare un tavolino, e l'attore quando ci riesce - privandosi di sé diventa il personaggio.

A cena, Lavia privandosi di Lavia spiega L'infinito di Leopardi, non sta insegnando, né recitando, si sta divertendo, e i tre sbigottiti che lo ascoltano e finalmente hanno capito il senso della siepe che il «guardo esclude», dicono che andrebbe trasmesso in tv, farebbe il doppio di Benigni. Dopo 50 anni di spettacoli, ipotizzando ogni anno 200 messe in scena per 1000 spettatori, fanno 10 milioni di fortunati che hanno goduto con Lavia dal vero del vero teatro. L'audience di una serata di Sanremo, ma meglio.