Jane, Mary e Giovanna. Tre donne che colsero la loro "ora del destino"

La Austen, la "signora Shelley" e la "Pulzella": tre icone femminili che scelsero la propria vita

Ci sono tre donne, e sono tutte e tre piuttosto infelici. Ciascuna a modo suo, come le famiglie secondo Tolstoj: ciascuna alle prese, nella sua solitudine, con una scelta che cambierà la sua vita, oppure non potrà cambiarla, perché è una scelta impossibile, è soltanto l'attesa che il destino si compia; ed è un destino nel quale, ciascuna, ha un ruolo, ma solo fino a un certo punto.

Per dire, non è che dalla terrazza della grande casa sulla piccola baia di San Terenzo, quella che oggi è la bellissima e luminosa Villa Shelley, ma che allora era una specie di rimessa per le barche, a pelo d'acqua, invasa ogni volta al piano terra dal mare e dal sale, Mary Wollstonecraft Godwin, figlia di Mary Wollstonecraft e William Godwin, allora la «signora Shelley» (sebbene lui, il poeta Percy Bysshe, fosse dichiaratamente ateo ed entrambi rifiutassero il matrimonio come istituzione), potesse determinare in alcun modo che la barca di Shelley apparisse, o non apparisse, all'orizzonte. Quel maledetto schooner, che lui si era fatto costruire con tre vele, una in più, perché navigasse più veloce nel golfo di Lerici e lungo la costa ligure... Ma quel mare, e quel golfo, li avevano avvertiti i pescatori del luogo, erano ingannevoli. E anche loro, Mary, Percy, e poi la sorellastra di lei, Claire (ex amante di Byron), perpetua terza incomoda nella coppia, e gli amici Jane e Ned Williams avevano visto, dalla terrazza della villa, quelle burrasche che arrivavano all'improvviso, anche nelle belle giornate estive, e ricoprivano il cielo, e alzavano il mare, trascinando tutto con sé. Una notte, il poeta aveva sognato un'onda gigantesca, che li travolgeva tutti. Come poteva Mary, in quei giorni di luglio del 1822, non ricordare quell'onda? Ma come poteva anche, lei che proprio un mese prima era sopravvissuta per miracolo a una emorragia devastante dopo un aborto, non sperare che lui tornasse? «Dov'è Shelley?», del resto, era la domanda che si poneva quasi da sempre, da quando, a sedici anni, si era innamorata perdutamente di quel ragazzo bellissimo, aristocratico, geniale (e già sposato) e, fuggendo con lui sul continente, si era condannata a una vita da «reietta». «Dov'è Shelley?»: con l'«infingarda» Claire (come la definì Byron), o con un'altra delle sue numerose muse? E ora, in quel 12 luglio, mentre Mary cerca di interpretare i segni all'orizzonte, dov'è: è vivo, veleggia, scrive poesie, parla con Byron a Livorno della loro nuova rivista, Liberal, oppure è morto, risucchiato dal mare?

Per Mary Shelley è, questa, L'ora del destino: un momento che è «sempre mezzanotte», anche se le lancette segnano un altro orario, «anche se il sole è alto nel cielo» scrive Victoria Shorr, autrice americana che nel suo libro (Sem, pagg. 290, euro 18) racconta tre donne celebri, tre icone femminili colte nella loro «ora X», quella che segna la loro esistenza, nel bene e nel male. Sono appunto Mary Shelley, la madre di Frankenstein, Jane Austen e Giovanna d'Arco. Tutti le conoscono ma, non tutti, conoscono le loro personalissime infelicità, i momenti in cui hanno vacillato, esitato, deviato (o avrebbero potuto farlo). Victoria Shorr si concentra proprio su questi momenti, basandosi, per quanto possibile, su fonti scritte: le lettere di Jane Austen alla sorella Cassandra (che però le bruciò quasi tutte) in cui spiegava le ragioni che l'avevano spinta a rifiutare una inaspettata proposta di nozze; i verbali del processo a Giovanna d'Arco del 1431 e poi i successivi verbali dei processi di riabilitazione, nel 1450, 1452 e 1456; i romanzi di Mary Shelley, le poesie di Percy Bysshe Shelley, le loro lettere agli amici, la Rivendicazione dei diritti della donna di Mary Wollstonecraft che Mary e Percy, giovanissimi e pieni di passione, leggevano sulla tomba della madre di lei (morta dieci giorni dopo la sua nascita), e le Memorie dell'Autrice della Rivendicazione dei diritti della donna, scritte dal padre William Godwin. Ci sono sentenze di tribunali e preti corrotti e versi di Coleridge, future eroine come Elizabeth Bennett e Emma, scrivanie desiderate come un miraggio (per anni Jane Austen non riuscì a scrivere, mentre si spostava da una casa all'altra, a causa della mancanza di uno scrittoio, di una stanza tutta per sé, come l'avrebbe chiamata Virginia Woolf), tormenti e, perfino, una abiura improvvisa, quella di Giovanna a un passo dal rogo, un pentimento inaspettato che, però, non basta a salvarla.

Ci sono i pensieri di Giovanna d'Arco mentre brucia tra le fiamme e fissa i suoi aguzzini, Cauchon, Warwick e Winchester, e loro fuggono, ormai certi di avere ucciso una santa e di essere, a loro volta, condannati. Ci sono i dubbi che assalgono Jane, dopo avere detto un «sì» di impulso a Harris Bigg-Wither, un caro amico di ottima famiglia, ricco, con un nome di prestigio, un uomo buono che la ama e le consentirebbe di risollevare le sue sorti e quelle della sua famiglia. Ma quella stessa notte, chiusa la porta, al buio, Jane Austen si riscopre una delle sue eroine, quelle che non confondono il cuore con le comodità, e ci ripensa. Ci sono gli occhi grigi e il volto bianco come il marmo di Mary Shelley, quando scopre che Percy è stato ritrovato cadavere, sulla spiaggia di Viareggio. Un corpo con indosso la sua giacca a righe inconfondibile, da inglese. In tasca, Sofocle e Lamia di Keats, l'ultimo libro dell'amico morto da poco, il poeta il cui nome fu scritto sull'acqua, la stessa acqua che aveva tradito Shelley e che Mary fissava, invano, dalla sua terrazza sulla baia.