Kubrick e Clarke, storia inedita del film tra genio e ripicche

Arthur C. Clarke, un quarantaseienne longilineo e dalla calvizie incipiente, stava passeggiando lungo Central Park. Era il 22 aprile 1964 e lo scrittore inglese si trovava a New York, convocato da Stanley Kubrick per «discutere la possibilità di lavorare insieme sul proverbiale buon film di fantascienza». Tutt'altro che in apprensione, Clarke fremeva per l'incontro: aveva già risposto a Kubrick con due lettere fitte di idee che, scrivendo al suo agente, non aveva esitato a definire «geniali». No, nei cinque milioni di copie vendute dei suoi quaranta libri non compariva mai la parola «modestia».
Kubrick arrivò all'appuntamento in perfetto orario: 35 anni, capelli neri faticosamente addomesticati, carnagione pallida e occhiaie, Kubrick aveva l'aspetto dell'intellettuale che esce poco e lavora fino tardi. Interessato praticamente a qualsiasi cosa, prese a punzecchiare Clarke con una serie di domande sempre più precise un attacco da cui lo scrittore si difese benissimo. Iniziò così un'ininterrotta sessione di chiacchiere e appunti, «per una media di cinque ore al giorno, nell'appartamento di Stanley, in ristoranti e bar, al cinema e nelle gallerie d'arte». Kubrick disse a Clarke di scrivere il film come se stesse scrivendo un romanzo: «La sceneggiatura è la più astrusa forma di scrittura mai concepita» spiegò, mentre lui aveva bisogno della ricchezza di dettagli e della profondità di idee che solo i grandi romanzieri sanno dare. Clarke ovviamente si disse d'accordo.
Il 1964 trascorse in un idillio creativo. Kubrick ricorreva al suo sperimentato metodo per ottenere il meglio dai collaboratori: «Appena scrivo un pezzo che mi soddisfa Stanley esclama Ma è fantastico!» confidava Clarke a un amico, «Poi, un giorno o due dopo, se ne esce con: Non credi sarebbe meglio se... Quando ha finito non resta niente». Kubrick lo teneva in forze cucinandogli bistecche al sangue. A leggere le pagine che Clarke produceva con gran facilità, si era anche convinto che la storia avesse indubbie potenzialità da bestseller. Il risultato della loro collaborazione sarebbe stato un film di Stanley Kubrick scritto da Kubrick e Clarke, tratto da un romanzo di Clarke e Kubrick.
Il 24 dicembre lo scrittore aveva pronto il regalo di Natale: un dattiloscritto di 283 pagine. In un prologo preistorico, una tribù di ominidi veniva salvata dall'estinzione grazie a un cubo trasparente che insegnava loro a cacciare. La seconda parte, ambientata nell'anno 2001, raccontava una missione spaziale a seguito del ritrovamento sulla Luna di un misterioso tetraedro nero; alle porte di Giove, Bowman, il comandante della missione, attraversava un portale intergalattico, visitava svariati mondi alieni e arrivava infine in una incongrua stanza d'albergo dove ritrovava il cubo del prologo un'apparizione sorprendente che prometteva un'ulteriore, imprecisata evoluzione per la specie umana.
Il dattiloscritto era giusto una bozza scorrevole ma Kubrick affermò convinto: «Abbiamo allargato i confini della fantascienza». La MGM acquistò il progetto e Clarke pensò di aver grossomodo concluso il lavoro: sarebbe rimasto come consulente per qualche mese e avrebbe sistemato il trattamento per presentarlo agli editori. La storia tra Kubrick e Clarke sembrava dirigersi rapidamente verso il lieto fine ma lo scrittore si sbagliava, e di grosso.
Dopo alcuni mesi passati a scervellarsi sul finale, Clarke lasciò Kubrick a New York e fece ritorno a Colombo, nell'amato Sri Lanka, dove viveva in un tranquillo esilio. Fu qui che nell'estate del 1965 atterrò una posta aerea in cui Kubrick proponeva, al posto di qualcosa che concludesse la storia, un bel segreto governativo che coprisse la missione spaziale lasciando gli astronauti all'oscuro di tutto.
Clarke non la prese bene: «È semplicemente un insulto pensare che uomini di tale calibro siano ritenuti incapaci di mantenere un segreto di cui centinaia di altre persone saranno inevitabilmente al corrente». Nonostante un elemento di sorpresa fosse utile, quell'idea era «artificiosa e improbabile». La controrisposta di Kubrick fu un laconico capolavoro di persuasione: «Non sono d'accordo. È come dici solo se non riesci a scriverla per bene».
Clarke tentò di aggirare il problema concentrandosi sul finale: «Non abbiamo mai spiegato cosa succede a Bowman, lasciandolo interamente all'immaginazione». Propose di far tornare l'astronauta sulla Terra a bordo di una sofisticatissima astronave «che incarni tutta la sapienza appresa dagli extraterrestri». Kubrick si disse d'accordo ma bocciò la soluzione visiva: «Preferisco qualcosa di meno specifico per il film; forse quel che dici può funzionare sulla carta ma di certo non funzionerà sullo schermo».
Per sbloccare l'impasse, nel settembre 1965 Clarke raggiunse Kubrick presso gli Studi MGM a Borehamwood, in Inghilterra, dove la troupe stava costruendo i set. In una chiacchierata notturna, Clarke centrò l'idea giusta per il finale: «Bowman regredirà all'infanzia e lo vedremo come un bambino in orbita. Stanley mi ha richiamato poco dopo, ancora molto entusiasta».
L'ultimo pezzo della trama arrivò a metà ottobre quando Kubrick decise che l'unico a conoscere la verità sulla missione sarebbe stato il computer di bordo: costretto a mentire agli astronauti, combattuto tra istruzioni incompatibili, avrebbe subito una nevrosi paranoica e aggressiva. Kubrick aveva inventato HAL 9000, il primo computer omicida.
Clarke poteva così sintetizzare la collaborazione con Kubrick al Sunday Telegraph: «Un affare più che amichevole mai un alterco, e suggerimenti accettati o rifiutati sempre con sorprendente capacità di cooperazione». Il segreto? «Tutti e due abbiamo una fede incrollabile nella genialità dell'altro». Adesso la storia tra Clarke e Kubrick sembrava davvero finita, e invece era appena cominciata.
Entra in scena Scott Meredith, l'agente letterario di Clarke, uno scaltro newyorkese di 42 anni. Da mesi stava cercando di ottenere da Kubrick la copia definitiva del manoscritto per metterlo all'asta tra gli editori. Anche se era Clarke a battere a macchina, il regista era moralmente e contrattualmente autore del testo e come tale aveva il diritto di modificarlo. Ora che le riprese erano iniziate però Kubrick aveva sempre meno tempo: «Mi alzo alle 7, arrivo in studio alle 8:15 circa e inizio una giornata che di solito finisce alle 20:30. Vado a casa, do la buonanotte alle bambine, ceno, lavoro al romanzo e vado a letto più o meno a mezzanotte. Faccio così sette giorni alla settimana».
Meredith chiese aiuto a Louis Blau, l'avvocato del regista, un navigato procuratore legale di Hollywood. Blau rispose che non c'era davvero alcuna fretta: è vero che il libro doveva uscire prima del film ma, conoscendo Kubrick, 2001: Odissea nello Spazio non sarebbe stato pronto prima di almeno un anno; ad ogni modo avrebbe pressato il regista per sbloccare il manoscritto. Meredith, che non conosceva granché Kubrick e ancor meno Blau, gli credette.
Fece male. L'unica cosa che arrivò da Kubrick furono richieste affinché Clarke riscrivesse di nuovo la parte centrale per allinearla con le novità sviluppate con gli attori durante le prove. Clarke, fiaccato da un divorzio feroce e da disavventure finanziarie, aveva urgente necessità di monetizzare il lavoro. «Se riesco a gestire l'imminente esaurimento nervoso» scrisse a Meredith, «spero di avere una bozza completa entro la settimana prossima». A fine marzo '66 aveva finito: «Sono così esausto che non riesco più neanche a battere un tasto».
Kubrick però non era ancora pronto a leggere nulla perché aveva dovuto concentrarsi sul prologo preistorico in vista delle riprese; in effetti, si era accorto che parecchie cose non gli piacevano e andavano riscritte. Non è dato sapere quale sia stata la reazione di Clarke, ma un cablogramma urgente lanciato da Kubrick ci dà qualche indizio: «NON VENIRE QUI PER FARMI ABBANDONARE POSIZIONE SU ROMANZO STOP NESSUNA POSSIBILE ARGOMENTAZIONE POTRÀ INFLUENZARMI STOP MI SPIACE ESSERE COSÌ INTRATTABILE MA SENTO DI DOVER FARE COSÌ STOP».
Clarke non lo ascoltò e si presentò allo studio. Trovò Kubrick che stava girando all'interno di una gigantesca centrifuga verticale costruita per simulare l'assenza di gravità. Kubrick, mai spaventato dai confronti diretti, andò dritto verso Clarke e negò con fermezza il sospetto che ormai tutti avevano, ovvero che stesse rinviando appositamente la pubblicazione del libro per non rovinare la sorpresa del film. Il regista spiegò che 2001 avrebbe debuttato solo nelle pochissime sale Cinerama, il che avrebbe dato loro più tempo. «Le cose non sono mai così brutte come sembrano» concluse filosofeggiando.
Clarke non era nella condizione di dargli ragione: in bancarotta, nostalgico della tranquillità di casa e debolissimo per una recrudescenza della poliomielite che l'aveva colpito nel 1961, in un'intervista col New York Times sembrò restio a parlare della collaborazione con Kubrick e la liquidò come «una meravigliosa esperienza striata di agonia».
Per difendere gli interessi del proprio cliente, nonché ovviamente i propri, Meredith forzò la mano e spedì il manoscritto in giro. La Dell Publishing propose un contratto record con un anticipo da 160.000 dollari. «Congratulazioni e wow!» disse Meredith. «Tradimento» disse Kubrick.
Clarke cercò di conciliare: scrisse a Kubrick che continuava a credergli quando scommetteva che le future vendite del libro, a prescindere da quando sarebbe uscito, sarebbero state sufficienti a compensare ogni tribolazione, «ma tu puoi permetterti questo rischio io no». Ammorbidito, Kubrick si impegnò a sfruttare i ritagli di tempo e due giorni dopo inviò un memorandum di nove pagine con trentasette commenti tutti solo per il prologo preistorico. «Ammiro la sua tenacia» annotò Clarke «anche quando vorrei non fosse rivolta su di me».
A ottobre Meredith, inseguendo Kubrick tra bui teatri di posa dove piccole astronavi venivano fotografate con lentezza esasperante, riuscì a strappare una nuova data di consegna ma solo verbalmente. «Le promesse di Stanley si sono dimostrate a dir poco inaffidabili e non vedo come questa possa esser differente» scrisse a Blau, suggerendo che Kubrick sottoscrivesse un contratto come garanzia. Kubrick, che detestava sopra ogni cosa esser messo spalle al muro, semplicemente svanì; il resto dell'anno trascorse «senza una sola parola da Stanley».
Quando si rifece vivo con Clarke, mesi dopo, Kubrick ribadì di aver fatto il possibile ma non cambiò atteggiamento: «So che sei molto preoccupato ma è una di quelle situazioni in cui non c'è scelta. Non voglio che il romanzo sia pubblicato in una forma che considero grezza». La chiusura fu perfino piccata: «Qualunque inaffidabilità ci sia stata a riguardo della data di consegna del romanzo, è stata solo un'eco proporzionata del ritardo nella chiusura del film». La MGM in effetti aspettava 2001 dal 1966. «La differenza è che, invece di continue pressioni e velate recriminazioni, c'è stata un'oggettiva comprensione del problema, una cosa che sarebbe grandemente apprezzata anche dal lato del romanzo».
Meredith trovò la lettera «maledettamente irritante» e scrisse a Clarke un'osservazione assai perspicace sul regista: «Vuole che tutti capiscano i suoi problemi ma non ci prova nemmeno a capire quelli degli altri». Clarke, nonostante tutto, non se la sentiva di accusare Kubrick di insensibilità: «Metterei la considerazione verso gli altri tra le sue caratteristiche più attraenti» scriveva, «tuttavia questo non gli impedisce di essere assolutamente inflessibile una volta che ha deciso come agire. Lacrime, isterismi, moine, musi lunghi, minacce di azioni legali le ho provate tutte. Non si sposta di un millimetro».
Stanca di attendere, la Dell strappò il contratto. I dollari promessi erano ormai perduti. «Sono assolutamente convinto che Stanley abbia una sorta di potere ipnotico su di te» commentò Meredith, «sembra sia capace di farti accettare cose che nessun altro avrebbe tollerato». «Non ho mai visto Arthur farsi da parte con nessuno» confermava un amico, «è successo solo con Stanley».
Nel marzo 1968, a sole due settimane dall'uscita del film, Kubrick mollò la presa e Meredith mise finalmente il romanzo all'asta. «Non una parola era stata cambiata» scrisse amaramente Clarke; «mi pare esista un modo giusto di fare le cose, un modo sbagliato, e il modo di Stanley». Un modo che tuttavia si dimostrò azzeccato, come anche Meredith dovette ammettere: «Uscendo in contemporanea al film» scrisse alle case editrici, «il libro potrà sfruttare i milioni di dollari spesi dalla MGM in promozione. Crediamo che le vendite saranno straordinarie». La New American Library vinse l'asta con un anticipo di 130.000 dollari e royalties da capogiro. Il libro firmato solo da Clarke per gentile concessione di Kubrick, forse un modo per scusarsi di aver nascosto il suo vero intento uscì a luglio, tre mesi dopo il debutto del film. In meno di un anno vendette oltre un milione di copie solo negli Stati Uniti; tuttora è in commercio tradotto in trenta lingue.
«Alla lunga tutto andò bene» commentò Clarke reso ricco e famoso da 2001, «proprio come aveva previsto Stanley. Ma conosco modi più facili per guadagnarsi da vivere».

Commenti

corivorivo

Ven, 04/05/2018 - 13:32

Egregio Filippo, sublime articolo! Grazie

Trinky

Ven, 04/05/2018 - 13:42

Scusate, ma perchè uno dovrebbe leggersi tutta sta roba?

agosvac

Ven, 04/05/2018 - 14:43

Ricco non lo so, ma Clarke, come scrittore di fantascienza, era famoso anche da prima della sua collaborazione con Kubrik.

idleproc

Ven, 04/05/2018 - 15:11

Trinky. Perché è scritta bene ed è avvincente sulla creatività in una sceneggiatura, sulle persone coinvolte e sui caratteri, chiarisce anche alcuni aspetti del film.

Dordolio

Ven, 04/05/2018 - 15:31

Trinky, se sei un cinefilo e un appassionato di fantascienza come il sottoscritto questo articolo te lo leggi e te lo salvi pure per future riflessioni. Vi si parla di dettagli relativi a geni assoluti. Semplicemente.