L'11 settembre di Martinelli contro le guerre di religione

Il film del regista sull'assedio di Vienna che salvò l'Europa dagli ottomani. "Non è un attacco all'islam. Ma per girarlo ho chiesto soldi a chiunque"

Macché kolossal anti-Islam. Al netto dell'aria di crisi che tira, Undici Settembre 1683 (dall'11 nelle sale) di Renzo Martinelli è un ambizioso film della nuova onda ecumenica, col frate cappuccino Marco d'Aviano (il premio Oscar F. Murray Abraham) che piange lacrime amare sul cadavere dell'amico musulmano Abù (l'intenso Yorgo Voyagis), perito nella cruenta battaglia d'assedio a Vienna. Quando, appunto l'11 settembre 1683 - data che allude al primo 11 settembre di 300 anni fa, rimandando all'attacco delle Torri Gemelle -, trecentomila soldati dell'Impero Ottomano, capitanati dal Gran Visir Karà Mustafà (un febbrile Enrico Lo Verso), aggredirono la capitale asburgica nella convinzione di poterla piegare all'Islam e, magari, marciare su Roma, culla della cristianità. Ma i fatti andarono diversamente: il decisivo intervento del re polacco Jan Sobieski, attestato con i suoi cannoni sul monte Kahlenberg, a dominare l'accampamento islamico sotto le mura di Vienna, risolse la battaglia a favore dei cristiani.

Il vessillo verde del Profeta non svetterà nel cuore dell'Europa e il merito andrà al santo Marco d'Aviano, «un grande italiano del Seicento», per dirla con Martinelli, classe '48. Il quale sarà pure uno dei registi più controversi della nostra scena cinematografica, soprattutto da quando il suo insistito flirt con la Lega di Bossi ha prodotto il flop di Barbarossa, ma ha l'indubbio merito dell'originalità. Come fa uno a conquistarsi tra mille soggetti proprio quello d'un carismatico frate seicentesco, detestato dai protestanti, espulso dal re francese Luigi XIV, epperò amato da Leopoldo I d'Absburgo e dal condottiero Mustafà? «Dovevo proiettare il mio film Vajont sulla pancia della diga. Ma pioveva a dirotto, il che impediva l'evento, seguito dai media. Uno sconosciuto, però, tal Diotisalvi Perin, mi si avvicina e mi dice: “Abbiamo pregato Marco d'Aviano: domani spiove”. E così fu: l'evento si svolse normalmente ed io, al di là del miracolo, mi incuriosii del sacerdote cristiano. Una rockstar del Seicento: a ogni sua predica, accorrevano dai venti ai trentamila fedeli», racconta il regista, che impiega la figlia Federica come Lena, fanciulla cristiana, amante del musulmano Abu'l, al quale darà un figlio.

E se in questo epos abbondano battaglie, cavalli e polvere da sparo, un'altra lotta, senza spargimento di sangue, s'è svolta al settimo piano di Viale Mazzini, quando il direttore generale della Rai, Luigi Gubitosi, ha fatto pollice verso: 11 Settembre 1683, coprodotto con Rai Radio Televisione Italiana e con Rai Cinema, non viene distribuito da quest'ultima, come già stabilito, ma dalla società Microcinema. Per motivi politici, pare: Martinelli è in odore di leghismo anti-islamico, non sembrava corretto che Mamma Rai veicolasse tale veleno. «Il film è nato dodici anni fa, prima di Bossi e della Lega! La Rai aveva soltanto tempi diversi dai miei. È futile collocare il mio film su questo livello. Quanto al budget, si tratta d'un puzzle. Mi sono trovato a bussare a ogni porta e i film si fanno coi soldi. Una quota è Rai, che avrà i diritti dalla messa in onda del film: è falso che il mio film costi troppo!», si schermisce Martinelli, che ha imparato a controllare la vis polemica dei tempi de Il mercante di pietre.

Costato 10 milioni di euro, 4 e mezzo dei quali della Rai e il resto spartito tra la polacca Agresywna Banda, con il contributo e il patrocinio del Mibac, in collaborazione con Polish Film Institute e col sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Film Commission Torino Piemonte, 11 settembre 1683 è stato venduto negli Usa, in Corea e in Inghilterra» e Rai Uno lo trasmetterà tra due anni, come miniserie e con un prequel, includente l'infanzia di Marco d'Aviano. «Tante critiche a Barbarossa, poi è stato venduto in tutto il mondo»,commenta Martinelli, che prepara un film su Ustica. «La storia non la scrivono gli storici, ma la ragion di Stato: ho la mia teoria e le mie pezze d'appoggio». Il pubblico è avvisato.