LaChapelle, artista profano che ci regala "atti divini"

Una grande mostra del fotografo americano, con opere inedite e le sue «hit». Tra allegorie «pop» e post-moderne

Ci sono casi in cui l'artista o il fotografo sono persino più iconici e celebri dei personaggi che hanno immortalato. Fu così per Andy Warhol rispetto a Marilyn o Elvis, per Helmut Newton paragonato alle top model e alle attrici di Hollywood, perché la loro cifra, il tocco, lo stile è qualcosa che chiunque immediatamente sa collocare nella storia facendolo risalire al suo autore.

Stesso discorso vale per David LaChapelle. La popstar è lui, addirittura più di Madonna e Naomi Campbell, di Michael Jackson o Bjork, di Miley Cyrus o di Amanda Lepore, il transessuale che nel corso della carriera è diventato una specie di portafortuna. Nei suoi confronti si registra un fanatismo degno di un attore o un musicista, nonostante David si presenti in maniera molto ordinaria, un ultracinquantenne yankee in ottima forma, capello brizzolato, baffi accennati, jeans, T-shirt e snickers. Tutto assolutamente normale.

Gli ammiratori hanno atteso pazienti in coda per un autografo o un selfie (ma non mettergli in mano una macchina fotografica che non sia la sua, ha un contratto da rispettare) anche alla Reggia di Venaria, dove LaChapelle ha appena aperto la sua nuova mostra dal titolo Atti divini (fino al 6 gennaio 2020).

Il fotografo, nato nel 1963 in Connecticut, è molto amato in Italia, dove espone con una certa regolarità (per esempio al Palazzo delle Esposizioni di Roma e ai Tre Oci di Venezia), ma questa nuova personale, oltre a risultare particolarmente ricca e spettacolare, ha il pregio di un concept preciso e presenta diverse opere rare e inedite, cominciando dalla nature morte scattate a Los Angeles tra 2008 e 2011, fantasmagorie visive tra Arcimboldo e la psichedelia.

Accompagnato da inevitabili polemiche, tra eccesso di corpi nudi, in chiave gay e non solo, e sospetti di blasfemia perché qualcuno critica il ricorso all'iconografia sacra come elemento visivo dissacrante, LaChapelle è stato persino «assolto» dal parroco della città alle porte di Torino perché capace di rappresentare il divino al massimo della bellezza. Un Cristo biondo, magro e muscoloso, è esattamente come noi lo identifichiamo, Maria Maddalena ha lunghi capelli neri a coprire i seni e l'Arcangelo Gabriele ha il volto di Michael Jackson in una foto scattata nel 2009, l'anno in cui morì improvvisamente. A proposito di chi non c'è più, delizioso è My Sweet Lord, ovvero l'omaggio a George Harrison, quello colto dei Beatles abbigliato come ai tempi meravigliosi di Sgt. Pepper's.

Atti divini non è comunque una mostra di celebrities. Rispetto ad altre occasioni, David LaChapelle offre aspetti meno battuti della sua poetica: paesaggi americani di provincia che rimandano alla pittura di Edward Hopper, strani voli di aerei che parrebbero in caduta, la scoperta di un nuovo mondo, le Hawaii dove vive abitualmente, che immagina paradisi naturali incontaminati, immersioni nel verde, colori sempre più accesi e corpi liberi di muoversi nello spazio. Come in ogni antologica che si rispetti, non possono mancare i pezzi forti pur senza insistere negli hit da classifica. C'è il gigantesco Deluge (2006), allegoria biblica mentre l'ultima effige della postmodernità, la scritta «Caesar», non ha a che fare con un monumento romano ma è l'effige di un hotel a Las Vegas. C'è il beffardo Seismic Shift del 2012: al terremoto non sopravvivono persone ma le opere d'arte di Koons, Murakami, Hirst, cioè oggi le più costose. E c'è Self-Portrait as House del 2013, una foto cui LaChapelle tiene molto considerandola la più autobiografica e rivelatrice di ansie, frustrazioni ma anche tanto divertimento. Il sesso c'è, il rock pure, la droga per niente: David LaChapelle è attento salutista, mangia frutta e verdura, si concede una pennichella pomeridiana: alla Reggia di Venaria si è addormentato sulla panchina vicino all'opera di Giuseppe Penone prima di sottoporsi al tour de force di domande del curatore Denis Curti e del pubblico.

La spettacolarità della mostra, le foto sono stampate in grandissime dimensioni, si esalta per la maestosità della location, interessante corto circuito tra il tardo barocco settecentesco e quello attuale di LaChapelle, ai limiti del kitsch per alcuni, esaltante delirio immaginifico per altri.