L'amara ironia di Karl Kraus contro i complici di Hitler

Torna «La terza notte di Valpurga», un acuto pamphlet che mette nel mirino la miopia di politici e intellettuali

Francesco Perfetti

Nel 1964, durante un ciclo di lezioni dedicate a Hitler e al nazismo e tenute a Monaco, il grande filosofo della politica Eric Voegelin sottolineò l'importanza di uno dei meno conosciuti testi di Karl Kraus intitolato La terza notte di Valpurga. Sostenne che qualunque studente o studioso tedesco avesse avuto voglia di dire qualcosa in politica avrebbe dovuto leggerlo e concluse categoricamente: «Chiunque non conosca questo testo deve tacere». Voegelin era uno studioso di origine tedesca che, fuggito dalla Germania nel 1938 e rifugiatosi negli Stati Uniti, aveva legato il proprio nome alla denuncia delle illusioni e delle utopie di tutti quei cosiddetti «movimenti gnostici di massa», a cominciare dal nazionalsocialismo, che avevano contribuito all'elaborazione del «mito del mondo nuovo». Quando ebbe modo di leggere l'opera di Kraus, pubblicata postuma quasi una ventina d'anni dopo la morte dell'autore, Voegelin si rese subito conto che si trattava di una delle più importanti scritte sul nazionalsocialismo: un'opera che, redatta mentre Hitler conquistava il potere, forniva un quadro inquietante e lucidissimo di quanto stava avvenendo in Germania.

Kraus, nato nel 1874, era molto popolare a Vienna. Aveva legato il suo nome alla rivista Die Fackel, cioè «La Fiaccola», da lui ideata, fondata nel 1899 e interamente scritta. La chiamava il «proprio diario in forma di rivista». La curava con minuzia nel contenuto, nella grafica, nella correzione delle bozze. Era una rivista polemica, irriverente. Elias Canetti scrisse che era «come un tribunale», nel quale Kraus era, allo stesso tempo, «l'unico accusatore e l'unico giudice». La satira di Kraus era impietosa. I bersagli della sua penna acuminata erano tanti: i giornalisti, per esempio, che «scrivono perché non hanno niente da dire e hanno qualcosa da dire perché scrivono» o gli storici, «giornalisti voltati all'indietro» che scrivono «troppo male per poter collaborare a un quotidiano». O, ancora, la psicanalisi e gli psicanalisti: «La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui ritiene di essere la terapia»; «la psicoanalisi è il mestiere di lascivi razionalisti che riconducono a cause sessuali tutto quel che esiste al mondo, salvo il loro mestiere»; «la differenza fra gli psichiatri e gli altri psicopatici è un po' come il rapporto tra follia convessa e follia concava».

In fondo, a ben vedere, piaccia o non piaccia, Kraus era un esegeta della crisi non tanto della civiltà asburgica, quanto del vecchio ordine. Il suo capolavoro, quel celebre e polifonico Gli ultimi giorni dell'umanità, ne è la dimostrazione. I suoi epigrammi sulfurei, i suoi scritti satirici contro la degenerazione della lingua e delle manifestazioni artistiche, il suo misoginismo e le sue invettive contro le pseudoscienze come la psicoanalisi erano parte di una visione della vita sostanzialmente conservatrice. Non aveva mai elaborato una teoria politica in senso proprio, ma la sua sensibilità lo spingeva verso la ricerca di una armonia politica fondata su quell'ordine che i tempi moderni stavano mettendo in discussione. Qui, appunto, aveva origine quel suo particolare conservatorismo che lo portava a mettere in discussione democrazia, liberalismo, parlamentarismo: «democratico vuol dire poter essere schiavo di tutti»; «il liberale non si fa nessuno scrupolo di tirar fuori contro il tiranno gli argomenti del bigotto»; «il parlamentarismo è l'incasermamento della prostituzione politica».

Quando Hitler giunse al potere in Germania, Kraus scrisse di getto, in pochi mesi, fra maggio e settembre 1933, La terza notte di Valpurga, che ora appare in italiano in una nuova bella edizione tradotta e curata da Paola Sorge (Edizioni Clichy, pagg. 448, euro 12). Quali che ne fossero i motivi, però, Kraus (il quale morì tre anni dopo) non si decise, malgrado ne fossero state predisposte le bozze, a dare alle stampe quest'opera rapsodica e tormentata destinata a essere pubblicata solo negli anni Cinquanta. E si parlò, allora, di un suo «silenzio» dovuto ai timori delle possibili reazioni nazionalsocialiste o alla consapevolezza della inutilità pratica della sua denuncia anche se egli vedeva, in quel momento, nella sua Vienna, una possibilità di resistenza alle mire tedesche di annessione incarnata dall'uomo forte Engelbert Dollfuss. Comunque sia, La terza notte di Valpurga è un testo inquietante, un atto d'accusa impietoso nei confronti di Hitler e del suo regime.

Il titolo stesso evoca in maniera allegorica il carattere demoniaco del nazionalsocialismo, accostandolo al sabba rituale che, secondo il folclore germanico, vede nella notte di santa Valpurga streghe e stregoni, diavoli e diavolesse riunirsi a convegno contro le forze del bene, della virtù, della ragione, dell'equilibrio. Le parole con cui si apre il libro sono stupefacenti: «Su Hitler non mi viene in mente niente». È una battuta che tende a ridimensionare la statura politica del dittatore tedesco, ma che, al contempo, sottolinea quella «banalizzazione del male» di cui parlò Hannah Arendt. Anche perché quest'opera pur non offrendo una critica sistematica all'impianto ideologico del nazionalsocialismo, ma sviluppandosi in modo rapsodico attraverso commenti a fatti e personaggi è un atto di accusa nei confronti di chi, politici o intellettuali, non fu in grado di denunciare quanto stava accadendo. Il silenzio compiacente della stampa, ovvero il suo «non avere affatto opinioni», è uno dei bersagli ricorrenti di Kraus: «il nazionalsocialismo non ha annientato la stampa, è la stampa che ha creato il nazionalsocialismo». E poi ci sono le responsabilità degli intellettuali: accanto al grande pensatore Heidegger «che ora vende fumo tinto di bruno» c'è il poeta Gottfried Benn, un «neofita» che «presta servizi ancor più preziosi del filosofo che si è dato da fare ancor prima di partorire il suo pensiero». E poi, ancora, Oswald Spengler, l'autore di Il tramonto dell'Occidente che a Kraus sembra adatto a «servire da puntello filosofico» del pensiero nazionalsocialista.

Molte delle accuse di Kraus appaiono, in realtà, ingiuste ma descrivono un clima in cui ha potuto germinare il seme del nazionalsocialismo. Al cui successo contribuì, peraltro, la capacità organizzativa di quel «plenipotenziario della cultura» che fu Goebbels, «padrone dell'ideologia e della sensazione», in grado di manipolare le coscienze e far passare per verità la menzogna. Proprio la menzogna, a parere di Kraus, divenne la cifra identificativa della Weltanschauung del nazionalsocialismo. Il quale, poi, dal piano della cultura scese su quello dell'azione, originando un regime di terrore e di ingiustizia le cui caratteristiche e manifestazioni sono denunciate da Kraus con una prosa sulfurea pervasa da un pessimismo esistenziale che lo spinge a guardare con diffidenza gli intellettuali da salotto e i creatori di pubblica opinione, «fastidiosi venditori ambulanti della libertà».