L'anarchico di Simenon in lotta contro i violenti

Quel nome che compare a pagina 16 non suona nuovo. Siamo quasi certi di averlo sentito, non molto tempo fa, accostato a un caso di cronaca nera... Nera come le bandiere dell'Isis. Subito interrogata, la memoria collettiva della Rete risponde in un nanosecondo: sì, a Schaerbeek (grosso modo l'equivalente, per Bruxelles, di Sesto San Giovanni per Milano, ma questo lo diciamo noi) c'era il covo dei terroristi islamici responsabili delle stragi del 22 marzo 2016 all'aeroporto di Zaventem e alla stazione della metropolitana di Maelbeek.

Ma qui, nella finzione letteraria de Il sospettato di Georges Simenon (Adelphi, pagg. 140, euro 18, traduzione di Marina Karam, che torna oggi nelle nostre librerie dopo l'edizione Mondadori del '53), ci spostiamo indietro di un'ottantina d'anni, e a Schaerbeek abita, con moglie e figlioletto, un uomo idealmente avvolto in un altro tipo di bandiera nera, quella dell'Anarchia. Si chiama Pierre Chave, e vive lì in quanto ricercato dalla polizia francese, perché ritenuto un pericoloso agitatore politico, fra l'altro disertore. Sbarca il lunario come tuttofare in un teatro, una triste recita che, se intimamente lo umilia, gli serve a tenere in piedi la famigliola. Pierre è un teorico, un intellettuale che pubblica articoli qua e là, ma non è (in ciò risiede il nucleo della narrazione) un cattivo maestro; al contrario, lui è un buon maestro, un maestro dotato di cuore, oltre che di mente, e vuole porre rimedio ai danni che stanno per fare i suoi scriteriati allievi, i quali lo considerano, a torto, un nuovo Lenin o un nuovo Savonarola. Quei disgraziati, laggiù a Parigi, ultimamente stanno subendo la letale influenza di un fantomatico K., esule polacco, e alle idee vogliono anteporre la propaganda del fatto, un fatto criminoso: l'esplosione di una bomba in una fabbrica di aerei a Courbevoie.

Appena appresa la notizia dal Barone, una specie di segretario-economo del gruppo con l'aspetto da bamboccione, piuttosto che da rivoluzionario, Pierre non esita a fiondarsi, in bicicletta e poi in treno, sul luogo dell'imminente misfatto, rischiando l'arresto e lasciando a casa la povera Marie, al capezzale del piccolo Pierrot, malato di morbillo. Così inizia quest'avventura à bout de souffle, fino all'ultimo respiro. Nella quale il protagonista è mosso, oltre che da uno spirito da fratello maggiore, dall'affetto paterno nei confronti di Robert, il cucciolo della combriccola, incaricato di compiere materialmente il vile attentato che fra l'altro pagherebbero con la vita decine e decine di operai. «Era diventata un'idea fissa. Non sapeva più se voleva evitare la morte di persone innocenti o impedire al ragazzino di fare una sciocchezza, oppure se, ritenendosi in parte responsabile dell'attività del gruppo, stava lottando per mettersi la coscienza in pace».

Nel tesissimo confronto con Robert, a poche ore dal misfatto, il debole si atteggia a forte e il forte appare debole, cedendo all'emozione. Riuscirà, il saggio Pierre, a disinnescare il piano dei compagni che sbagliano? A non sporcare con il rosso del sangue il nero della sua bandiera? Lo scopriremo tornando a Schaerbeek. Ottant'anni prima che un altro terrore, questa volta tutto reale e per nulla immaginario, inizi a covare in altre menti assassine.