L'anno più lungo: dal Vietnam a Valle Giulia passando da Praga

Già a gennaio si capì che l'offensiva del Tet avrebbe cambiato le cose poi la morte di King e i moti di Parigi diedero il via a un cambiamento epocale

A guardarli dal punto di vista astronomico, bisestili a parte, gli anni durano tutti allo stesso modo. Ma a guardare gli anni dal punto di vista delle vicissitudini umane, no. Ci sono anni che sembrano lunghissimi, che lasciano il segno. E altri che scorrono via come se nulla fosse. Ecco: il 1968 appartiene sicuramente al primo gruppo.

Era partito in sordina il 1968, quasi fosse solo uno degli ultimi venuti della favolosa decade dei Sessanta, che aveva visto schizzare costantemente verso l'alto il Pil di molti Paesi occidentali, tra cui l'Italia. Il 4 gennaio Corrado aveva presentato per la prima volta la Corrida. Lo stesso giorno ci aveva pensato Jimi Hendrix a mettere un po' di pepe nelle pagine dei giornali facendosi arrestare per aver devastato l'hotel, durante una tappa della sua tournée in Europa. E sì, il giorno a seguire in Cecoslovacchia era salito al potere Alexander Dubcek. Era l'inizio di quel nuovo corso che avrebbe portato alla Primavera di Praga ma, al momento, nessuno poteva immaginare l'entità dello scontro che, da lì a poco, avrebbe portato i carri armati sovietici a ripetere i fatti di Ungheria.

Il primo vero colpo di acceleratore arrivò nella notte tra il 30 e il 31 gennaio. In Vietnam scattò l'offensiva del Tet. Per i militari statunitensi fu sostanzialmente un problema localizzato. Alla fine il fronte tenne. Ma negli Usa qualcosa cambiò. Ai civili a casa risultò subito chiaro che quella guerra era tutt'altro che già vinta, come avevano creduto sino a quel momento. L'offensiva vietnamita, divenne l'offensiva mediatica, di coloro che di quella guerra, a torto o a ragione, non ne volevano sapere. Già nel 1967 le manifestazioni contro la guerra avevano assunto dimensioni di massa. Ma a partire dal Tet la fascia dello scontento negli Usa si sarebbe allargata ben oltre lo zoccolo duro degli studenti, raggiungendo la middle class. Se si conta che da lì a poco più di un mese, il 4 aprile a Memphis, sarebbe stato assassinato il reverendo Martin Luther King, si capisce quanto il '68 sia stato incendiario per gli Usa.

Ci sarebbe voluto poco perché la contestazione studentesca diventasse un fattore politico determinante, non solo negli Usa. La facoltà di Architettura dell'università di Roma era stata occupata a gennaio. Il 29 di quel mese la polizia l'aveva sgombrata su richiesta del rettore Pietro Agostino D'Avack. Ma la rabbia studentesca covava sotto la calma apparente: «No alla scuola dei padroni e via il governo, dimissioni». Il primo marzo scoppiano di nuovo violentissimi scontri tra polizia e studenti. Fu la così detta battaglia di Valle Giulia. E a sorpresa, anche per la presenza di militanti del Msi e del Fuan più abituati agli scontri di piazza, gli studenti riuscirono a resistere alle cariche della polizia. Tra i partecipanti, col senno del poi, sarebbe possibile ritrovare molte figure che avranno in seguito percorsi tra i più svariati, ma tutti di successo: il regista e cantautore Paolo Pietrangeli (che all'episodio dedicò la famosa canzone Valle Giulia), Giuliano Ferrara (che rimase ferito), Paolo Liguori, Aldo Brandirali, Ernesto Galli della Loggia, Oreste Scalzone. Sotto un elmo da poliziotto invece il futuro attore Michele Placido.

Ma se la scintilla della rivolta era in qualche modo inesorabilmente scattata all'inizio di marzo, per capire il colore univoco che quella rabbia generazionale avrebbe avuto bisognò aspettare il 16 dello stesso mese. Un gruppo di missini guidato da Giorgio Almirante e Giulio Caradonna provò a entrare nella facoltà di Lettere dell'Università. Nel corso degli incidenti restò gravemente ferito il leader degli studenti di sinistra, Oreste Scalzone. Quel giorno l'idea di un movimento studentesco unitario andò in pezzi per sempre.

Nel frattempo la lotta generazionale stava per diventare un evento globale, capace di passare anche la Cortina di Ferro.

Il 10 maggio partì la rivolta degli studenti francesi. La protesta forse più nota del Sessantotto. Qui basti dire che gli scontri convinsero un duro come il presidente De Gaulle a sciogliere le camere in meno di un mese. Il 15 agosto in Messico scesero in piazza 40mila studenti che contestarono il governo repressivo del Paese. Il Messico però non era la democratica Francia, e il 2 ottobre le proteste degli studenti vennero stroncate a colpi di mitragliatrice poco prima dell'inizio dei giochi olimpici. È noto come il massacro di Tatleloco, in cui morirono centinaia di studenti e rimase ferita l'inviata Oriana Fallaci.

Perché se la rabbia degli studenti era globale, le reazioni dei governi furono molto diverse. Lo scoprirono amaramente gli studenti oltre cortina. Alle 23 del 20 agosto la Cecoslovacchia venne invasa dalle truppe del patto di Varsavia. La Primavera era finita. E un'ondata repressiva sotterranea, ma non meno violenta, iniziò a colpire tutti gli intellettuali dissidenti nel resto del patto di Varsavia. Ad esempio in Polonia.

E in quei Paesi la contestazione prese la forma della disperazione. Un esempio per tutti: in Polonia l'8 settembre si tennero le celebrazioni di regime della festa nazionale. Davanti al folto pubblico (compresi giornalisti e diplomatici stranieri), Ryszard Siwiec, un filosofo dissidente, si diede fuoco in segno di protesta per l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia avvenuta venti giorni prima. In Occidente, e soprattutto in Italia, se ne parlò poco. Fece molto più rumore, il 7 dicembre, la contestazione degli studenti milanesi alla prima della Scala. O le proteste al Lido di Venezia per la Mostra del cinema. Il Sessantotto in occidente era già diventato infinito e rituale, un lungo percorso ideologico in cui criticare il capitalismo si rivelava un modo per sguazzarci. Oltre cortina e nel silenzio era invece già morto. Gli anni non durano sempre nello stesso modo e la loro durata varia anche in base al fuso orario. Quello di Roma o quello di Mosca.