L'antidivo Ethan Hawke: "Il mio cantante triste perde l'attimo fuggente"

Il regista (e attore) presenta "Blaze", storia di un musicista country che ha solo sfiorato il successo

C'era una volta un ragazzo timido. Si chiamava Todd e seguiva il suo Capitano. Poi L'attimo fuggente fuggì davvero e quel bambino è diventato Ethan Hawke. «Quando fu presentato a Venezia andai. Ero la mascotte e non avevo nemmeno 19 anni. Ora che ho girato Blaze, ripensando alla fine di quel cantante country al quale ho dedicato le riprese, spesso mi sono chiesto cosa stessi facendo mentre lui moriva. Ecco Avevo appena riposto nell'armadio i panni di Todd». Era l'1 febbraio del 1989 quando un colpo nel buio di un pomeriggio texano troncò l'esistenza di una delle voci più ruspanti dell'America che ciondola sui camperos con una chitarra a tracolla. Un nero, più intollerante di tanti bianchi, gli aveva scaricato un proiettile trovandolo in casa di suo padre, un uomo con cui non andava affatto d'accordo. «Per favore, non lasciatemi morire» ebbe il tempo di sussurrare prima che l'ultimo respiro lo abbandonasse sul selciato di fronte alla casa dell'omicidio.

Il mondo della musica dimenticò quell'uomo che non voleva diventare una star ma una leggenda. Quello del cinema ora gli ha restituito il sogno. Austin. Patria di Blaze Foley e di Ethan Hawke. Stati Uniti meridionali. «Il Sud non è fatto di esempi negativi. Ci sono uomini buoni. Intelligenze. Ma spesso si racconta solo la vita dei cattivi. Foley non ha avuto il tempo di diventare famoso ma Charlie Sexton, il chitarrista di Bob Dylan che interpreta il bassista di Blaze, ha accettato quel ruolo solo se il film fosse stato arte». Atmosfere fumose e alcoliche. Nei pub di Austin visse e suonò anche quel Townes Van Zandt al quale proprio Sexton dona voce e immagine. Anche lui conobbe Blaze. Anche lui lo amò. E forse solo lui, tra sbronze selvagge e canzoni di vita, ha toccato il successo.

«Oggi i giovani fanno un'equazione strana. La celebrità sta ai soldi come il denaro sta al potere. E tutto questo dà la felicità. Non è vero. L'unico segreto è fare al meglio il nostro lavoro. Di geni non ce ne sono ma, dando il massimo in quello di cui siamo capaci, possiamo avvicinarci. Non ho mai inseguito la notorietà. E di potere non ne ho». Viene da Austin. E si vede. Accarezza il Pardo ricevuto a Locarno con l'affetto di un bambino. «Non ho mai ottenuto un premio. Questo è il primo. Sono profondamente convinto di non meritarne alcuno. In fin dei conti, faccio il mio mestiere. E mi premiano Come se ricevessi un riconoscimento perché ho il naso».

O forse per quella fama che l'ha portato a recitare in teatro. Oltre che sul grande schermo. Con il pubblico il contatto è diretto e indiretto. Re Lear sul palcoscenico, La verité sul set. Con Juliette Binoche e Catherine Deneuve. Insomma Blaze non è nemmeno decollato - a metà agosto la prima a Austin, in settembre esordio in tutti gli States - che già ribolle il futuro. «Il domani è legato al presente e al passato. Tutt'uno. Impossibile dividerli, anche se c'è chi si sforza di farlo. La vita è interconnessione. Ma i cellulari, che Dio ce ne liberi, non c'entrano». Ethan Hawke, stavolta, non dirigerà. Sarà diretto. «Non mi piace il doppio ruolo di regista e attore. E nemmeno l'equivoco intorno al termine dirigere. Non significa dominare. Bensì, dare una direzione. Indicarla». Un esempio, fuori dalla Settima Arte. «Nelson Mandela ha saputo imprimere un cammino non solo a se stesso, ma al suo popolo».

Le canzoni di Blaze, scritte sui muri di un'ebbrezza visionaria sono la bussola dell'oggi. Con Binoche e la Deneuve rispunta la prospettiva delle età diverse. L'attore feticcio di Richard Linklater ritrova i passi di Boyhood, in cui le fasi della crescita sono palpabili. E al quale partecipò pure Sexton, anello di congiunzione con il presente. Il basso della band di Foley. «Le origini della musica. Questo volevo ritrarre. In fondo Blaze è stato la mia gioventù. Molti di quei gruppi sono la colonna sonora della mia adolescenza». Il tempo ha un'eco che non si placa. Torna. Ritorna. Ossessivo. Anche fra le note. «Recitare è come incantare». E il suono è incanto e incantesimo al tempo stesso. Per questo forse, nei panni del protagonista, c'è Ben Dickey, uno che di mestiere fa il cantante e non l'attore. «In fondo, mi serviva qualcuno che sapesse suonare e a lui, di musica, c'è ben poco da insegnare».

È il trionfo dei volti nuovi. «L'arte è guaritrice. Non esiste un limite non superabile. Una forma di catarsi. Un po' come quando condividiamo con altri i nostri incubi. Parlarne equivale a distruggerli. E a tutti può essere utile. Allevarli in silenzio significa coltivare serpi. Ma aprirsi agli altri è il nodo più complicato. E andrebbe insegnato». In nome della concordia. Il piccolo Todd è cresciuto. Il tempo gli ha regalato pizzetto e saggezza. Quando sventolo la mia bandiera fatta di stelle e strisce, mi sorprendo a pensare che spesso rappresenta nazionalismo. Paura. Divisione. Io penso al passato più lontano. E a ciò che è stato. Un simbolo d'amore». Ottimismo. O forse no. «La fiducia è un premio di consolazione per quelli che credono di essere vivi».