L'archistar glamour che progettava il futuro

Visionaria, estrema, altezzosa: incarnava i vizi e le virtù del mestiere di architetto I suoi edifici-contenitori sono più importanti del contenuto. Era un brand globale

Luca BeatriceSe oggi il termine archistar è diventato d'uso comune, lo si deve certamente a una personalità eminente come Zaha Hadid, morta ieri a Miami per un attacco di cuore. Ha incarnato virtù e vizi del mestiere dell'architetto, che oggi finisce di essere più importante dell'arte, proprio perché il contenuto ha prevalso definitivamente sul contenitore.Nata a Bagdad nel 1950, la sua famiglia è molto abbiente e prima le consente di vivere in un edificio in stile Bauhaus, poi di trasferirsi a Beirut, quindi a Londra per compiere gli studi. Proprio nella città inglese, insieme a Rem Koohlas e Bernard Tschumi, sviluppa una forte teorizzazione sulla materia: è il tempo della cosiddetta «architettura di carta». Progettano, disegnano, scrivono, pontificano però, almeno all'inizio, producono assai poco. Inizia a lavorare con il collega olandese, poi nel 1998 fonda il proprio studio, che nel giro di pochi anni si trasforma in un'impresa, capace di fatturare oltre 300 milioni di sterline (Renzo Piano non arriva alla decima parte, in confronto...).Zaha Hadid aveva grandi capacità rappresentative e i suoi progetti sono tutti visionari ed estremi, avendo imposto un segno fortemente identitario assimilabile a quello della pittura. Sua la teoria della linea continua, nessun segmento doveva essere spezzato, a rappresentare l'uscita dal postmoderno degli anni Ottanta e l'affermazione semmai del decostruttivismo.Il suo successo si deve alla commissione per Vitra, in Svizzera, dove nel 1993 ha realizzato la Stazione dei pompieri, il suo primo manifesto teorico, pubblicato ovunque e con gran scalpore. È stata la prima donna architetto a vincere i tre premi più prestigiosi, il Pritzker, lo Stirling e il Royal Institute of British Architects. Nel 2010 Time l'ha nominata tra le cento personalità più influenti al mondo e oggi il suo studio conta almeno 350 persone che ci lavorano. Una dimensione decisamente monstre, che forse non ha uguali.Perché geniale, donna e globale tutti l'hanno voluta: negli Usa, ad Hong Kong, a Dubai, in Giappone, in Azerbaijan. Con l'Italia ha intrattenuto rapporti significativi ma non sempre facili, perché anche lei, nonostante il carisma, è rimasta vittima della burocrazia e della lentezza della pubblica amministrazione. Il progetto del porto fluviale di Salerno di cui vinse il concorso ha attraversato diverse vicissitudini ed è stato più volte cambiato rispetto all'originale; il cantiere, incompleto, del MAXXI a Roma che volle presentare alla stampa vuoto, senza opere, con un atto di estrema arroganza - è durato dodici anni, e quando è stato inaugurato forse era già vecchio. Si è data talmente importanza all'edificio, che oggi la gente va per vedere il museo di Zaha Hadid, non le collezioni o le mostre. Un po' meglio è andata a Milano con City Life, le residenze nella zona della fiera campionaria.Recentemente il suo segno si è moltiplicato un po' dovunque, dai mocassini ai gioielli, dalle lampade agli abiti: Zaha Hadid è un brand globale, che impone il suo gesto e il suo gusto, con un segno per i nostri tempi un po' troppo marcato, evidente e niente affatto mimetico, che negli anni è scivolato nel manierismo, come è accaduto ad altri colleghi illustri, tipo Mario Botta e Santiago Calatrava.Tra le forti intuizioni, l'uso delle nuove tecnologie e degli strumenti digitali per progettare, cosa che fu rivoluzionaria negli anni Novanta e che soppiantò definitivamente i linguaggi tradizionali.In pubblico era molto altezzosa, sicura di sé, non amava il confronto, insomma si sentiva la protagonista assoluta delle sue geniali - invenzioni. In una visione del genere, dove il tema dell'abitare passa in second'ordine, anche l'arte non è che un'ancella dell'architettura monumentale, invasiva, spesso inutile, dei tempi nostri.