«L'architettura in Italia è ancora all'anno zero Mancano la cultura urbanistica e le leggi»

Il presidente dell'Ordine degli architetti spiega come si progetta il futuro

Andrea Dusio

Tremila delegati a convegno, in rappresentanza di 155mila iscritti. L'Auditorium Parco della Musica di Roma ospita da venerdì l'VIII Congresso Nazionale di architettura. Il titolo dell'evento è «Abitare il Pianeta, città e territori nel futuro prossimo». Ne abbiamo parlati con Giuseppe Cappochin, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori.

Nell'ambito del congresso, Lei parlerà della necessità di una nuova legge dell'architettura. Che principi deve contenere?

«Dobbiamo ridare qualità all'architettura. Non può esserci qualità della vita senza qualità dell'architettura. E l'architettura di qualità genera plusvalore, com'è evidente nel caso recente del rilancio di Milano. La qualità non si fa per legge, ma la legge ci può dare gli strumenti per produrre qualità. Lo strumento più importante riguarda i lavori pubblici: la progettazione oggi viene data a chi ha il fatturato più elevato e il maggior numero di dipendenti. Noi diciamo che invece servono concorsi di progettazione. Non concorsi generici, di idee, come quelli delle 51 scuole innovative che ha visto la partecipazione di ben 1238 raggruppamenti, con impegno enorme di tempo e di denaro, e che poi non ha portato a niente. Vogliamo concorsi di progettazione in due gradi, come si fanno negli altri Paesi europei. In Francia le opere pubbliche si fanno attraverso un concorso suddiviso in due gradi. Il primo aperto a tutti e il secondo riservato alle 5 migliori idee. Ma chi è ammesso al secondo grado deve avere un compenso, perché non è pensabile che gli architetti lavorino gratis. È contro l'interesse pubblico. Chi vince poi progetta. Non è pensabile come accade da noi che uno vince il concorso e poi progetta un altro.

Il contratto di governo l'ha delusa?

«La politica in generale non si occupa dei temi di pianificazione strategica. In campagna elettorale nessun programma conteneva la parola città. A livello internazionale esiste una competizione forte tra i grandi centri urbani, basata sulla qualità della vita e sulla capacità di creare posti di lavoro. Abbiamo esaminato le esperienze più importanti che sono state sviluppate dalle capitali verdi e dagli ecoquartieri in Europa, e gli elementi ricorrenti sono una visione della città che guarda come minimo al 2030 e in molti casi al 2050, la capacità di mettere l'uomo al centro del progetto e dunque l'idea di un sistema di trasporti che deve essere pubblico e dolce. Da tutti questi punti di vista l'Italia è all'anno zero».

Perché siamo sempre all'anno zero?

«Se guardiamo la situazione nelle zone terremotate, c'è un grosso ritardo. Gli interventi fanno fatica a decollare. C'è chi propone di mettere in sicurezza statica tutti gli edifici. Ma occorre fare dei distinguo: se parliamo di regioni e zone che si stavano spopolando già prima del terremoto, perché non c'era una situazione economica sostenibile, è evidente che prima di tutto serve una visione strategica che consenta di vivere in quei luoghi. È inutile mettere in sicurezza gli edifici se poi la popolazione se ne va».

Come dovrebbe evolvere il modello insediativo italiano?

«La nostra legge urbanistica è superata e va riscritta. Era nata per la ricostruzione e l'espansione del Paese, con standard quantitativi che oggi non sono più adeguati. Oggi mancano principi comuni: ci sono regioni che adottano la doppia pianificazione, strutturale e operativa, altre che hanno ancora il piano regolatore. Servono standard qualitativi, che consentano di creare città magari più dense, ma con più servizi. Quando Renzo Piano ha progettato The Shard a Londra lo ha dotato di 40 posti auto, perché li sotto passano tutte le linee di metropolitana che servono. A Lubiana nel 2008 il vicesindaco ha chiuso il centro storico con la scusa di rifare i sottoservizi, e non l'ha più riaperto. Oggi Lubiana è un gioiello e ogni euro pubblico investito ne ha generati 4 privati. La riqualificazione ha generato plusvalore, incentivando il privato a investire. Lo stesso è successo ad Amburgo, nel quartiere di HafenCity: 2 miliardi e 400 milioni di investimento pubblico che hanno prodotti 8 miliardi e mezzo di investimenti privati. Anche in Italia dobbiamo muoverci in questa direzione».