L'arte involontaria (e social) ha una disumana Bellezza

Un saggio di Gilles Clement riflette sulla creatività inconscia della Natura. Ma esiste anche quella collettiva del Web...

Lo abbiamo scritto tante volte. Senza l'ombrello protettivo del contesto musei, fondazioni, gallerie ma anche spazi alternativi che oggi vanno di gran moda - gran parte dell'arte contemporanea farebbe molta fatica a essere riconosciuta come tale. Questo perché non riconosceremmo la differenza con oggetti di natura, tracce lasciate dall'uomo, scorci paesaggisti più o meno volontariamente «estetici», ma finanche scorie, rifiuti, fratture. Il caso, insomma, si porta dietro il fascino di fenomeni di difficile lettura, la cui bellezza risiede proprio nell'accadimento spontaneo. Domanda? Ma è più arte un accumulo di sassi che parrebbero ordinati e invece non lo sono o il cerchio di pietre progettato da Richard Long? Un groviglio di fili, anche pericoloso, nel centro della vecchia Delhi oppure un'installazione elettrica simile a quella di Michelangelo Pistoletto del 1967? Per non dire di ciò che rimane di un villaggio sulle rive del Pacifico dopo il passaggio di un ciclone se confrontato a tutte quelle opere realizzate con spazzatura, cominciando dalle sculture di Nancy Rubins. Esempi così se ne potrebbero elencare davvero molti.

Siamo dunque in presenza, e sempre più frequentemente, di un curioso fenomeno che Gilles Clement ha definito come «arte involontaria». Scrittore, agronomo, paesaggista, architetto di giardini, docente all'Ecole National du paysage a Versailles, Clement ha scritto numerosi saggi che esprimono le sue particolari teorie, tutti pubblicati in Italia da Quodlibet. Non fa eccezione il nuovo libello Breve trattato sull'arte involontaria che si presta a una lettura almeno ambivalente: il fascino del caso da una parte, la pretestuosità del progetto dall'altra.

Scrive Clement: «Per chi sa osservare, tutto è arte. La natura, la città, l'uomo, il paesaggio, l'atmosfera, ciò che chiamiamo umore e, infine e soprattutto, la luce». Se tutti noi conosciamo l'arte degli artisti, «quella firmata», ci può invece sfuggire «quel luogo indefinito nel quale si incrociano il dominio elementare della natura le contingenze - e il territorio marcato dall'uomo». Insomma, si definisce come «arte involontaria il felice risultato di una combinazione imprevista di situazioni o di oggetti organizzati conformemente alle regole d'armonia del caso».

Con lo spirito tutto francese su cui potremmo ironizzare, ma lasciamo perdere - del flaneur armato di Moleskine e lapis, Clement va dunque alla ricerca di un'arte non premeditata, leggera, che «galleggia sulla superficie delle cose». Effimera, ineffabile, appare e scompare ancor più velocemente di un'azione di Christo. La cerca in giro e la cataloga in otto sezioni (per quanto spontanea, la catalogazione è inevitabile) che vanno dai voli agli accumuli, dalle isole alle costruzioni, dalle erosioni alle installazioni, dalle tracce alle apparizioni. Tutto davvero molto poetico, un viaggio nell'arte senza autore attraverso brevi testi, disegni e fotografie che immaginiamo scattate con un apparecchio senza pretese. Quasi certamente non con lo smartphone, perché la prima stesura di questo breve testo risale al 1997, edito nel 2014, e questa distanza temporale offre un nuovo contributo all'arte involontaria di cui Clement non ha potuto tenere conto.

Oggi l'universo più ricco di arte involontaria è Instagram. Osservare con puro spirito voyeuristico, condividere ciò che ci piace di più, postare a nostra volta gli scatti di un'esperienza privata che vorremmo rendere pubblica: gesti quotidiani che ci risparmiano persino lo sforzo dello spostamento, della ricerca sul campo. Basta aprire Instagram in qualsiasi momento della giornata per trovarci esempi più o meno interessanti di arte involontaria che affascinerebbero anche Clement. In questo stesso momento, una pietra su cui si accumulano libere escrescenze floreali, il taglio di un paesaggio orizzontale visto dal mare, l'amaca all'ombra di un giardino incolto, persone che camminano al sole, lontane, insegne di botteghe, un'auto che percorre una vallata. Se queste immagini fossero inserite in una mostra di fotografia contemporanea non ci sarebbe poi troppo da ridire e in pochi ne noterebbero la differenza rispetto a quelle firmate. Dopo secoli di autorialità, l'anonimia ritorna a essere un valore, chi l'avrebbe mai detto. E così lo specialismo, l'accademia, la preparazione risultano disvalori, proprio come suggeriscono i social per altri ambiti della vita.

Ogni tempo ha la sua estetica e quella di oggi risulta persino più varia rispetto alle decadi precedenti.

Se negli anni '90 fossero esistiti i social ci avrebbero bombardati di non luoghi, caselli autostradali, siti abbandonati, archeologia industriale, centri commerciali. A pochi mesi dal 2020, invece, l'estetica dell'arte involontaria di Instagram privilegia la natura, l'ambiente, l'effetto antropocene, qualche riflessione silenziosa e pacificante. E l'arte vera? Quella consapevole? Ha il suo da fare per rendersi credibile: intanto la cosa certa è che diverse opere nascono per essere postate sui social. Il loro carattere è la fotogenia. Devono venir bene e se le vedi dal vivo e ti deludono non ha poi così importanza.