L'arte? È pura bellezza. Ma attira anche il Male

Furti, omicidi, guerre legali, saccheggi, confische: ecco tutti i capolavori vittime di avidità e speculazioni

Nulla di più sbagliato è pensare che l'arte spinga al bene e alla giustizia. Omicidi, razzie, sciacallaggi, corruzioni, contrabbandi, soprusi, roghi, devastazioni, confische, ruberie hanno contraddistinto la vita di molti capolavori assai più dello spirito di solidarietà. Soltanto una lettura moralistica, e dunque non veritiera, della storia dell'arte, può far diventare la bellezza ciò che la bellezza di fatto non è: ovvero un purificatore d'anime. C'è sempre stata lotta attorno all'arte, attorno a ciò che, di secolo in secolo, i popoli e le comunità hanno individuato come patrimonio storico-artistico. Opere d'arte e manufatti archeologici, ma anche i monumenti, i luoghi di memoria, di identità, di religione esteticamente e storicamente rilevanti, non sono mai realtà pacifiche. Il loro valore non è innocuo.

Crocifissi, pale d'altare, ostensori, candelabri, turiboli, arredi funerari, urne cinerarie, statuette votive, bassorilievi, statue bronzee, mosaici, gioielli preziosi, stendardi, papiri, tele d'artista, così come i monumenta, sono stati ripetutamente oggetto di contese, guerre legali, diplomatiche, spoliazioni, saccheggi, violente dispersioni. Attorno a questi particolarissimi manufatti, che sono le opere d'arte, non sono gravitati soltanto cure, attenzioni, premure, dedizioni, meticolosi riguardi verso la loro preservazione, ma anche e spesso avidità, ingordigie, accanimenti, speculazioni. Forse il male ha abbracciato la bellezza molto più a lungo del bene. Anche perché, col passare del tempo, spesso ciò che oggi ci appare un'insopportabile violenza, allora, quando è stato compiuto, appariva agli occhi di chi lo ha fatto come un gesto salvifico o ordinario: l'ambasciatore britannico Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, detto Lord Elgin, nei primi decenni dell'800, asportò 75 metri di bassorilievi e sculture dal frontone, dalle metope e dai fregi del Partenone, facendo segare la Parte scolpita dal resto del tempio perché pesasse meno nel trasporto, stipando interi bastimenti e portandoli via da Atene, per consegnarli nel 1816 al governo britannico, attualmente visibili al British Museum di Londra. Il diplomatico e direttore generale dei Musei, Dominique-Vivant Denon, sempre a inizio Ottocento, ebbe incarico da Napoleone Bonaparte di allestire la più grande galleria dell'umanità che contenesse le maggiori glorie dell'arte occidentale e, per questo, con nutrite truppe al seguito, saccheggiò città, comuni, luoghi laici e religiosi per portare l'ingentissimo bottino al Musée central des Arts, che sarebbe diventato Musée Napoléon, e col tempo il più visitato e ampio museo al mondo, il Louvre di Parigi. Nella Germania nazista, il reparto speciale denominato Kunstschutz (Protezione dell'Arte), il presidente del Reichstag e ministro di Stato Hermann Göring e il comandante delle forze di sicurezza del Terzo Reich Heinrich Himmler ebbero il mandato da Hitler di razziare e condurre a Berlino quante più opere d'arte servissero a costruire e a legittimare storicamente le fondamenta culturali della razza ariana.

Oggi giudichiamo questi gesti come brutali saccheggi; al loro tempo erano valutati dagli artefici come il solo modo per salvare l'arte europea, o l'arte non degenerata, o l'arte che la loro ideologia stava innalzando a modello, dunque atti meritori, anzi doverosi, soprattutto leciti, così come doverose e lecite erano le depredazioni delle statue greche dalle città conquistate da parte di consoli, generali e dittatori romani come Marco Claudio Marcello, Lucio Emilio Paolo, Quinto Cecilio Metello, Marco Fulvio Nobiliore, Lucio Mummio, Lucio Cornelio Silla, dal III secolo a.C. al I secolo d.C., o le razzie in periodo imperiale in terra d'Egitto testimoniate tutt'oggi dagli obelischi che impreziosiscono alcune delle più note piazze romane (...).

Ora la domanda è: perché? Qual è il motivo per cui l'arte ha innescato così innumerevoli spinte di distruzione e violenza? Se non si prova a mettere a fuoco questa domanda, si finisce per redigere volumi sui capolavori da salvare o dispersi che sono poco più che libri didattici. Invece è assolutamente necessario domandarsi perché l'arte ispiri accanimenti, violenze, rappresaglie, al pari di stupore, meraviglia e senso di condivisione.

Una parte sostanziale della risposta la mise a fuoco lo storico dell'arte austriaco Alois Riegl, quando, nel 1903, fu nominato presidente dell'Imperial Regia Commissione Centrale per i Monumenti artistici e storici con l'incarico di delineare il piano di riorganizzazione della tutela pubblica dei monumenti. Progettando dunque l'organizzazione legislativa della conservazione del patrimonio in Austria, scrisse un testo dal titolo Il culto moderno dei monumenti, che inaspettatamente illumina il perché l'arte sia tutt'altro che un'innalzatrice di anime e di menti verso il bene e la conciliazione reciproca. Riegl scrive che i monumenti storico-artistici (e con essi le opere d'arte) non sono immobili, non sono passivi: in loro coesistono diverse forze, tensioni, che noi moderni andiamo, di volta in volta, a innescare e a innalzare. Questo vale per il Colosseo, per i capolavori dell'arte, così come per i luoghi di rilievo pubblico, come possono essere la cattedrale di una città, le piazze principali, o una sinagoga, un palazzo comunale affrescato.

I monumenti e le opere d'arte raggrumano, in se stessi, una pluralità di valori che non sono affatto inermi: anzi, coabitando dentro suddetti speciali manufatti, questi valori interagenti generano sentimenti di riconoscimento, d'identificazione, memorie, affetti, assai diversificati nel tempo e tra gli stessi fruitori. «Il senso e il significato dei monumenti non dipendono dalla loro destinazione originaria, ma siamo piuttosto noi, soggetti moderni, che li attribuiamo a essi». Questo è un punto fondamentale per capire la ragione di così tanti conflitti attorno all'arte, dal semplice furto su committenza alla devastazione mirata. Il senso e il significato di un quadro o della Cappella Sistina non dipendono dalla sua motivazione d'origine: dipendono da ciò che noi attribuiamo a essi.

Certi integralisti islamici, nei loro video diffusi online, vorrebbero abbattere il Colosseo, mentre noi vogliamo preservarlo come segno della nostra civiltà. Perché si generano volontà così opposte? Perché, appunto, il Colosseo testimonia valori e tensioni che gli uni vogliono colpire, gli altri (noi) innalzare. La Guernica di Pablo Picasso, quando era esposta al Museum of Modern Art di New York, fu vandalizzata nel 1974 con spray di colore rosso da un individuo che, proclamandosi artista militante, brutalizzò il dipinto: lo fece così disse come segno di ribellione alla guerra in Vietnam e per il rinvio a giudizio del responsabile del massacro di My Lai che costò la vita a 504 persone. La stessa opera Guernica era per il vandalo un oggetto di venerazione da colpire per attirare l'attenzione, mentre per i molti innocui visitatori era un capolavoro dell'arte da osservare, studiare, approfondire e dunque tutelare. Ma se l'attentatore sfregiò quel quadro è perché quella stessa opera incarnava un valore pubblico che milioni di altri oggetti non sono in grado di rappresentare. Se, invece che sul capolavoro di Picasso, si fosse sfogato su un barattolo di maionese, nessuno ci avrebbe fatto caso.