L'arte è una truffa (e il truffato ha le sue colpe...)

Nel libro di Gianluca Barbera la saga picaresca della famiglia Lopiccolo

Gian Paolo Serino

Si può essere moralmente buoni pur conducendo una vita da truffatori? È questo l'interrogativo filosofico che aleggia tra le pagine del nuovo libro di Gianluca Barbera, collaboratore delle pagine culturali de Il Giornale: un romanzo che, attraverso la tradizione del picaresco, reinventa il genere mettendo sulla scena della carta dei Don Chisciotte all'incontrario. Perché La truffa come una delle belle arti (in libreria per Compagnia Editoriale Aliberti, presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino) ha anche un ritmo teatrale e le quinte si aprono nel 1841 quando inizia la saga della famiglia catanese dei Lopiccolo. Tre generazioni di uomini che vivono di espedienti e attraversano tutto il 900 fino ai giorni nostri: «Artisti della truffa dal primo all'ultimo», come scrive Giulio Mozzi presentando il romanzo, «che dalla Sicilia borbonica solcheranno i mari, in cerca di un riscatto sociale. Un romanzo avventuroso e picaresco che, nell'arco di un secolo e mezzo, intreccia le vicende dei protagonisti coi grandi avvenimenti storici di quegli anni: moti siciliani, eruzione dell'Etna, Esposizione universale di Glasgow, primi voli dei fratelli Wright, nascita del cinematografo, diffusione delle droghe, fiorire delle teorie lombrosiane, guerre mondiali, grandi truffe finanziarie dell'epoca moderna». Il risultato è un romanzo potente e ironico che ha il passo del classico. Un romanzo a cui ci si affeziona come ci si appassiona ai protagonisti, seguendone le incredibili vicende che ricordano l'inventiva del miglior Emilio Salgari. Sin dal primo personaggio che incontriamo in questa commedia filosofica degli equivoci: «Quell'anno il mio bisnonno Petreus, detto Pepè, stupì il mondo con l'esibizione di un esemplare di sirena ribattezzato la sirena delle Galàpagos. Migliaia di persone si misero in fila per ammirarla, ignare del fatto che si trattava di un banale innesto tra la testa e il torso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato».

Perché Pepè è il primo esponente dei Lopiccolo a esordire nell'arte della truffa. In una Sicilia che si respira anche attraverso la ricerca linguistica del dialetto, dei paesaggi emotivi, del parlato che diventa dialogo letterario. Pepè si è inventato un circo Barnum ante-litteram: persino lui vivrà tutta la vita con la donna barbuta, fenomeno da baraccone che però scopriamo nella forza della sua intimità. Pepè avrà altri eredi e con loro navighiamo attraverso gli oceani e i continenti: attraverso le invenzioni più importanti che hanno caratterizzato il 900 e che Barbera ricostruisce con dovizia di particolari reali. Perché al di là della trama pirotecnica, è, appunto, un romanzo filosofico. Quasi alla Diderot, anche se non mancano passaggi esistenzialisti alla Cioran. Niente che ne impedisca la forza narrativa, Barbera è davvero uno scrittore con il passo del classico, ma la storia dei Lopiccolo riflette quasi una denuncia etica e morale, di certo provocatoria ma comprensibile: l'ingenuità delle persone che si lasciano truffare dimostra una certa colpa. In un mondo in cui tutti recitiamo una parte nella commedia del nostro quotidiano: tanto che, ad esempio, quando diciamo «che bella persona» spesso dimentichiamo l'etimo latino «persona-ae», che significa maschera. Quindi in realtà non è proprio un complimento.

Barbera ha l'abilità di inserirsi tra le macerie morali dei nostri tempi e di insinuarci il dubbio se quelli da condannare siano i truffatori o i truffati. Che siano in coda per assistere a uno spettacolo in un circo di freaks o che abbocchino ai «bond avvelenati» emessi dalle banche, Barbera si chiede quale sia il reato etico più grave. La truffa come una delle belle arti ci fa scoprire uno scrittore molto vicino, oltre che al ritmo narrativo da letteratura spagnola e sudamericana (con un gusto innato per il grottesco e una comicità che non diventa mai greve), alla migliore tradizione americana postmoderna: vengono alla mente le esplosioni stilistiche di Donald Barthelme, la meta-narrazione di John Barth, un realismo che non è magico ma ha lo stesso obiettivo. Mettere a nudo il cuore di una società in cui siamo talmente abituati a mentire che la verità ci offende.

twitter: @GianPaoloSerino

Commenti

joecivitanova

Ven, 10/06/2016 - 14:40

..mah. un conto è il truffato in buona fede, un conto è il truffato che credeva di fare il furbo..forse è qui la differenza, e non è da poco, credo; nel primo caso non ho nessun dubbio che non si possa assolutamente condannare il truffato, se no addio morale; nel secondo caso, se ne può discutere, ma comunque anche il truffato si avvicina molto alla categoria dei truffatori. g. (ci ho capito qualcosa!?)