"La laurea? Una grande truffa. I campus sono perfetti per un thriller da brivido"

Lo scrittore Usa presenta il nuovo libro e racconta come lavora: «Mia moglie è una critica spietata»

Lo scrittore americano John Grisham ha sempre dichiarato di scrivere volentieri romanzi di due tipi: quelli di evasione (in genere dedicati ai suoi sport preferiti come il football e il baseball) e quelli di impianto sociale (dove inserisce sotto la coperta del thriller storie che letteralmente lo tengono sveglio di notte). A questo genere appartiene sicuramente La grande truffa(Mondadori) che presenterà oggi ufficialmente alle 19 a Tempo di Libri assieme allo scrittore Gianrico Carofiglio in un appuntamento intitolato «Benvenuti al Rooster Bar». Leggendo il romanzo si scopre che la law school negli States è una specializzazione universitaria triennale alla quale si può accedere durante i quattro anni della frequentazione dei college e che permette, alla fine, di dare un esame (chiamato Bar exam) che consente agli studenti di diventare poi avvocati. John Grisham ha, però, scoperto che percorrendo gli studi per arrivare a compiere quel dannato ultimo esame i ragazzi si indebitano e accettano prestiti che peseranno su di loro per molti anni. «Leggo - spiega Grisham - decine e decine di articoli per documentarmi. Li conservo, li archivio, li studio, parlano di casi in tribunale, di avvocati, di studi legali, di procedure. So che prima o poi mi torneranno utili, potranno costituire uno spunto per un romanzo o semplicemente la parte di una trama che svilupperò. È naturale per i romanzieri rubare certe idee dalla realtà. Mi è capitato così di leggere un articolo di Paul Campos apparso nel 2014 su The Atlantic che era intitolato The Law School Scam. Non sapevo nulla di quale fosse la situazione universitaria americana attuale. Sono rimasto sconvolto e sono andato a leggere alcuni blog dove gli studenti raccontavano le loro vicende. Il loro stato di depressione e la loro situazione di oppressione da parte dei debiti contratti con la scuola alla quale erano iscritti. Spesso in quei blog emergeva il rischio che alcuni dei ragazzi potessero suicidarsi ed è quello che accade a uno dei protagonisti del mio romanzo La grande truffa».

L'Università americana da lei descritta sembra essere una vera e propria trappola fiscale per chi la frequenta?

«Io posso ritenermi fortunato perché sono riuscito a laurearmi grazie al sacrificio economico dei miei genitori, poi ho cominciato a dare loro una mano facendo lavori estivi. Oggi gli studenti vivono l'illusione di poter frequentare tutti l'università ma si trovano, invece, intrappolati ad accumulare debiti che spesso rimangono insoluti anche dopo la laurea quando finalmente dovrebbero potersi permettere l'acquisto di una casa, quello di una macchina o dovrebbero poter pensare a sposarsi e a mettere su famiglia. Tutto questo è legato a un sistema che racconto nello specifico nel mio romanzo dove lo Stato anticipa i soldi agli studenti, che li anticipano alla scuola e che a loro volta li restituiscono a coloro che sono i finanziatori e proprietari della stessa».

Quanto è metodico nella sua scrittura?

«Ogni mattina lavoro dalle 9 alle 12 nello studio che ho vicino a casa, non ascolto musica, non ho fax, non ho internet. Dico sempre ai miei studenti che bisogna sempre avere in mente un outline della storia che stai scrivendo e bisogna accettare le frequenti revisioni e riletture. Io di solito rileggo il giorno dopo quello che ho scritto, poi lo passo a mia moglie che lo corregge in maniera severa e poi lo passo al mio agente. Di solito arrivo a fare sino a 5 revisioni di bozze, cerco di non sprecare mai le parole che uso. Se arrivo a scrivere 2mila parole buone in un giorno vuol dire che sono stato fortunato, se sono lento arrivo solo a cinquecento, e lavoro alacremente 5 giorni la settimana».

Come si è sentito a inventare una serie per ragazzi come quella di Theodore Boone?

«Mi sono divertito un sacco a costruire sei romanzi su di lui. Ho potuto creare un personaggio di tredici anni che potesse rivivere la mia età più divertente. All'epoca mi piaceva la scuola, mi divertivo a fare il boy-scout. Tutto era appassionate e l'avventura era dietro l'angolo. Mi piacerebbe continuare a a scrivere storie ambientate in quel periodo e già lo sto facendo ma mi accorgo anche non vorrei mai far crescere il mio eroe. Vorrei per sempre tenerlo in quel periodo meraviglioso della sua e della mia vita. Ma il rischio è che dopo non possa più fargli vivere certe storie più adulte».

Lei è nato nel 1955, l'anno in cui è nato il Rock and Roll...

«Verrebbe spontaneo pensare che venendo da Memphis io sia cresciuto ascoltando musica gospel, in realtà mio padre ascoltava country e io e mia sorella invece siamo impazziti subito per i Beatles e solo in seguito posso dire che mi sono affezionato a Elvis, la cui musica è legata al territorio dal quale vengo. Ascolto Springsteen, gli U2, un po' di vecchia Motown Music, ma soprattutto il blues del Delta e del Mississippi che racconta la sofferenza della mia terrà e che è il papà del Rock and Roll».