"L'autentica sorpresa? I Manetti Bros. Deludente Ai Weiwei"

Il critico: "Non bastano periferie degradate e lunghi silenzi per fare cinema di qualità"

nostro inviato a Venezia

Gianni Canova, critico e storico del cinema, docente alla Iulm di Milano, il Cinemaniaco di SkyCinema, maniaco anche dei festival che, da anni, segue e commenta. A Venezia durante la Mostra, è di sala.

Che Mostra del cinema ha visto, quest'anno?

Una Mostra in cui, rispetto alle ultime edizioni, c'è stata una selezione dei film in concorso più interessante e meno punitiva per lo spettatore. Ho visto finalmente tanto cinema-cinema. Anche se questo non basta.

Cosa serve?

«Giurie che abbiano il coraggio di premiare film che non piacciano solo a loro, come accaduto ieri con la vittoria di Del Toro. Negli ultimi dieci anni invece il Leone d'oro che è andato meglio in sala, in Italia, ha incassato 500mila euro. Cioè niente. Il vincitore dell'anno scorso, The Woman Who Left del filippino Lav Diaz, non è stato neppure distribuito Mi è capitato di uscire dal cinema Anteo, a Milano, dove proiettano il film vincitore di Venezia e sentire la gente dire: Se questi sono i film che meritano, io non vado più al cinema. Che è quello che sta succedendo».

Quali sono questi film punitivi per il grande pubblico?

«I film che ti fanno stare male, che ti portano nelle periferie degradate, in mezzo ai tossici, ma non ti sanno dare la profondità di Dreyer, o Bresson, o Bergman, per dire. Film avvoltolati su se stessi, inquadrature lunghissime, silenzi Io voglio un cinema che dia piacere, otre che faccia pensare».

Esempi?

«Quest'anno a Venezia un film di inutile estetismo come Human Flow di Ai Weiwei».

I film che Le sono piaciuti, invece?

«Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, film strepitoso perché riesce a immergerti dentro le zone oscure della condizione umana ma in maniera appassionante, con personaggi che si trasformano lungo la storia, che ti fanno ridere e poi piangere, interpretati da attori come Frances McDormand, bravissima, o come Sam Rockwell, che per me merita sette Oscar Ecco, questo è cinema puro: coinvolgente, esteticamente coraggioso, pieno di trovate visive originali».

E il cinema italiano come sta, visto da Venezia?

«Non così male come si dice. Nelle sezione ufficiale ho visto due film interessanti. Quello di Paolo Virzì, The Leisure Seeker, opera matura, compiuta, non solo grazie ai due grandissimi attori, Helen Mirren e un magnifico Donald Sutherland, ma anche perché riesce a costruire una storia sospesa tra sorriso e commozione che ti porta a vedere da vicino i sentimenti umani, intensificando l'esperienza emotiva dello spettatore».

E l'altro?

«L'altro è la vera sorpresa della Mostra. Ed è Ammore e malavita dei Manetti Bros., geniali cultori del cinema di genere. Anni fa dissi che il loro L'arrivo di Wag, uno stranissimo film di fantascienza passato fuori concorso a Venezia, era il più bello del festival. Il fatto che quest'anno siano in concorso è una rivoluzione. È un cinema di genere, tra 007 e Gomorra, che tiene assieme cinema alto e cinema basso, mischia i linguaggi, gioca con la parodia e le citazioni. E poi un film che sa ridersi addosso, ha una grande energia, è spumeggiante».

Ha fatto bene allora Barbera a parlare di nouvelle vague del cinema italiano?

«Mah, forse è troppo. Però c'è un cinema che sta ritrovando grinta e originalità. Fuori concorso ad esempio c'era il film d'animazione Gatta cenerentola che è un'opera di grande innovazione».

E Hollywood come sta?

«Di suo, malissimo. Sta attraversando una delle crisi di idee più nere della sua storia. Si arrabatta fra sequel, remake e super eroi, di cui non se ne può più, mentre i grandi registi della New Hollywood che sapevano mettere insieme il cinema d'autore e di massa, come, per fare due nomi, De Palma o Landis, sembrano scomparsi. Però i film americani visti qui, vincitore incluso, ci dicono che c'è speranza. Suburbicon di George Clooney è molto divertente, ad esempio».

Differenze tra Cannes e Venezia?

«In genere è meglio Cannes, ma quest'anno la qualità è stata più alta qui. Però Cannes, se da lì passa un talento, sa intercettarlo e premiarlo. Qui meno. Al Lido nelle giurie più americane spesso scatta la sindrome dell'intellettuale all'europea. Tutti vogliono sembrare colti raffinati, cinefili. Si sentono più fighi a premiare il cinema diverso, invece che il cinema bello».