Il lavoro visto da Trevisan, tra maledizione e salvezza

Ecco un'opera che spicca tra il piattume narrativo italiano. Un libro duro sullo Stato parassitario, sull'Italia del «nero» e del doppio stipendio e sulla scrittura come redenzione

Gianluca Barbera

Varcata la soglia dei cinquant'anni, per tutti suona una campanella e si sente il bisogno di fare un bilancio della propria vita. Così anche per Vitaliano Trevisan, classe 1960. Ecco da cosa nasce Works (Einaudi, pagg. 652, euro 22), romanzo autobiografico dalla forza dirompente che attraversa il nostro paesaggio letterario come un ciclone. Perché una cosa va riconosciuta. Per pochi altri scrivere è una faccenda altrettanto seria come per Trevisan; talmente seria da averlo indotto a mettere in gioco per intero la propria vita, «anche a costo di rinunciare alla felicità domestica e alla rispettabilità civile», a rischio di finire in mezzo a una strada («Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora»). E dopotutto «non è forse questo che ho sempre voluto?», scrive. «Non possedere nulla, a parte me stesso? E la carta naturalmente; e la penna».

Scrittore di razza e dal talento cristallino, autore di romanzi di rara potenza (Un mondo meraviglioso, I quindicimila passi), di opere teatrali di singolare crudezza (messe in scena, tra gli altri, da Toni Servillo), attore e sceneggiatore istintivo (così nel film Primo amore di Matteo Garrone), oggi nessuno può sostenere che Trevisan non possa guardare il mondo dall'alto. Ma prima di questo, come racconta in Works, ha dovuto fare i conti con una sfilza di mestieri tali da mettere alla prova la resistenza di chiunque (manovale, muratore, disegnatore tecnico, magazziniere, lattoniere, facchino, gelataio in Germania, portiere di notte), che lo hanno condotto sull'orlo della disperazione, della depressione.

Il lavoro, tema caldo per eccellenza, su cui si giocano carriere e destini politici, è il protagonista assoluto del libro. Come osserva Trevisan fin dalle prime pagine, tutto il mondo vi ruota attorno. Fin da piccoli noi tutti apprendiamo la dura legge della vita: se vuoi una cosa, guadagnatela. «Una maledizione che, almeno a leggere la Bibbia, ci meritiamo tutti per il solo fatto di essere venuti al mondo, oltretutto in un Paese che su detta biblica maledizione pretende di fondarsi, e, di nuovo oltretutto, in una regione, il Veneto, e in una provincia, Vicenza, che fa del lavoro una religione». D'altro canto, ammette Trevisan, se per un verso il lavoro può dirsi una maledizione, per un altro è fonte di salvezza: senza il lavoro molti uomini finirebbero per consumarsi, per ridursi alla disperazione, in molte case marito e moglie non farebbero che litigare e tante famiglie si sfascerebbero. Il lavoro, inutile negarlo, serve anche a salvarci da noi stessi, dal vuoto esistenziale nel quale rischieremmo di precipitare. È risaputo: nell'ozio spesso l'uomo mostra il suo volto peggiore.

Figlio di un poliziotto, sul punto di scegliere permanentemente la via del crimine (dopo piccole esperienze da bullo di quartiere, spacciatore, ladro), Trevisan passa da una occupazione all'altra, sprofondando sempre più in basso. A salvarlo, l'incontro fatale con il suo demone, la scrittura, che lo proietta verso una nuova vita, anche se mai del tutto libera da problemi economici. Se in passato Trevisan è stato accusato (per chi lo conosce, del tutto ingiustamente) di «scimmiottare» Thomas Bernhard (che insieme a Samuel Beckett è il suo nume tutelare), in Works assistiamo a un inequivocabile atto di indipendenza da quel modello. Un romanzo notevolissimo, dunque, nel quale l'autore non fa sconti a nessuno, tanto meno a se stesso. Nessun trucco; tutta la verità, nient'altro che la verità. Solo i grandi autori sono capaci di vuotare il sacco in questo modo, senza infingimenti, senza auto-indulgenze. Una confessione viscerale, a briglia sciolta. Una galleria di fallimenti annunciati («costruisco qualcosa, e poi subito faccio saltare tutto in aria»). Un sabotatore di se stesso, Trevisan, non scevro da rimpianti («Se tornassi indietro, questo libro non esisterebbe»), e che nella scrittura ha trovato una cura al suo male di vivere («Disperazione, è per questo che scrivo»). Un tunnel lungo vent'anni, fino all'ingresso nell'editoria che conta, e fino all'incontro con Matteo Garrone, che gli spalanca le porte del cinema. Un romanzo, in definitiva, che, senza alcun rispetto per il politicamente corretto, attraversa i decenni che vanno dagli inizi degli anni Settanta alla fine dei Novanta e che ci descrive un'Italia che più brutta non potrebbe essere. Perché «Che cos'è l'Italia, pensai, alzandomi e incamminandomi verso il Pantheon scrive Trevisan se non un conglomerato di luoghi comuni. Prenderli a martellate, è uno dei miei compiti».

Ecco dunque l'immagine di una regione, il Veneto, spartita per decenni tra democristiani e socialisti, e di un Paese governato da «un sistema di stampo mafioso che lega insieme pubblico e privato». Un fetta di Italia, il pionieristico Nordest, per anni in preda all'euforia da lavoro («D'improvviso sembrò che si costruissero solo capannoni»), e che, «passata l'iniziale ebbrezza», mostra le facce sempre più stanche e alienate di chi lavora senza tregua, ma non sa più bene perché. E tuttavia, osserva Trevisan, sarebbe facile tirare una linea alla lavagna: di qua i buoni, di là i cattivi. «Ma chi sarebbero i cattivi? Quei padroni che lavoravano e rischiavano con noi?». E che, se rispettassero tutte le pur splendide normative, si porrebbero immediatamente fuori mercato? E dall'altra parte un settore pubblico governato da procedure stupide e grottesche, dove in orario d'ufficio i dipendenti fanno i cavoli loro, il geometra comunale «prepara i suoi esami di Architettura» o svolge prestazioni professionali in proprio per comprarsi la fuoriserie o la villetta in collina. Dove ciò che è di tutti, invece di essere di ciascuno, finisce per non essere di nessuno. Un Paese fatto di lavoratori in mobilità che, chiamati a svolgere lavori socialmente utili, piangono calde lacrime perché costretti ad abbandonare il lavoro in nero e dunque il doppio stipendio. «Ecco un bell'esempio di come mediamente si atteggia il proletariato veneto, ma anche non, nei confronti delle Stato, ovvero: se c'è la possibilità di fottere e chiagnere, fottiamo e chiagnamo perché così fan tutti».

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