L'eredità di Gaber dieci anni dopo: "La giustizia, macchina infernale"

In una versione successiva all'originale della potente invettiva «Io se fossi Dio», il cantante-intellettuale si scaglia ferocemente contro l'esibizionismo e il carrierismo di certi giudici

Dieci anni senza Gaber. Dieci anni dalla morte di Giorgio Gaberscik, il «signor G» della canzone italiana. Autore, attore, chitarrista rock, intellettuale. Un personaggio unico. E un intellettuale. Anticonformista, anarchico, bastian contrario. A un decennio esatto dalla sua scomparsa (il 3 gennaio 2013 morì in Versilia) Gaber è stato celebrato e ricordato in molti modi. Non sono molti, però, a ricordare quel che Gaber pensava della giustizia italiana. Per scoprirlo, o riscoprirlo, basta andarsi a risentire uno dei suoi pezzi più potenti, la notissima «Io se fossi Dio», una lunghissima, dirompente canzone politica concepita come una teatrale invettiva contro tutto e tutti, che uscì nel 1980, e fin dall'uscita fu tormentata. Nella versione originale il pezzo durava quasi un quarto d'ora. Ma non fu solo per questo che le case discografiche si rifiutarono di pubblicarla: temevano cause e polemiche. Il contenuto di quella sorta di monologo-canzone, apocalittica e feroce, era scioccante, per l'Italia di 35 anni fa. Scritta nel 1978, dopo l'uccisione di Aldo Moro, non risparmiava proprio nessuno.
Non nella prima versione, ma in una ancora reperibile in rete (http://www.youtube.com/watch?v=V6p6BBf_L_8) e datata 1991, a metà dell'esecuzione, Gaber inserisce un passaggio fortissimo sulla giustizia, sulla magistratura italiana: «Io se fossi Dio - canta fra l'altro - direi che la giustizia è una macchina infernale». «Io se fossi Dio - si sente - preferirei essere truffato e derubato, e poi deriso e poi sodomizzato. Preferirei la più tragica disgrazia piuttosto che cadere nelle mani della giustizia». «Signori magistrati - attacca - un tempo cosi schivi e riservati e ora con la smania di esser popolari come cantanti, come calciatori. Vi vedo cosi audaci che siete anche capaci di mettere persino la mamma in galera per la vostra carriera».
Nel sito Giorgiogaber.org si spiega poi che il testo fu cambiato (ulteriormente) da Gaber e Sandro Luporini, che al passaggio precedente aggiunsero questo: «...Tolta qualche rara eccezione di qualcuno più discreto e ignoto che non si è visto mai in televisione io se fossi Dio direi che non siete neppure come si credeva toghe bianche, toghe rosse o toghe nere è solo un alternarsi di arroganza è l'ennesima escrescenza del potere». Insomma, la giustizia come un potere perverso e pericoloso, peggiore della «più tragica disgrazia». C'è solo da aggiungere che nel 1991 erano passati appena 3 anni dalla morte di Enzo Tortora - altra ricorrenza, a maggio saranno 25 anni. E magari notare che quel Gaber ultra-garantista era nel solco di una tradizione cantautorale che un altro grande, come Fabrizio De Andrè, aveva inaugurato, con i suoi toni e il suo stile dell'epoca - era il 1968 - con un fortunato adattamento italiano del «Gorilla» del francese George Brassens, e poi con «Un giudice» dell'album «Non al denaro, non all'amore né al cielo», che traccia questo ritratto: la figura di un uomo infelice che indossa la toga per vendicarsi. Ma mentre quel giudice di De Andrè era una sorta di emblema universale dell'invidia e del potere, fuori dal tempo e dalla storia, in Gaber la giustizia è quella italiana di allora. E forse non solo di allora.