L'estasi della metafisica di Palumbo

La sua personale «Lo spirito e la carne» a Piacenza fino al 31 luglio

Angelo Crespi

Se la corrente della Metafisica ha una data di nascita certa - quel primissimo 1910 quando De Chirico dipinge L'enigma di un pomeriggio d'autunno - il concetto risale agli albori della filosofia e anche nella storia della pittura gli esempi sono innumerevoli; la piazza di sfondo al san Sebastiano di Antonello da Messina è così dechirichiana e se non fosse per questioni temporali diremmo che è stata copiata. Questo per dire che il lavoro di Ciro Palumbo, sapiente pittore metafisico, è radicato in una tradizione più fonda del solo '900 e assolve a quel bisogno del tutto umano di esprimere ciò che esiste oltre l'apparenza della realtà empirica, quel quid sfuggente, talora in procinto di svelarsi, come da una breccia o «da un malchiuso portone», direbbe Montale. Certo sul tema metafisico, si innesta lo sguardo surrealista alla Magritte, a cui si aggiunge una sensibilità contemporanea che permette a Palumbo di non essere un ripetitore di codici usurati, semmai il prosecutore di una tendenza, di una poetica connaturata al fare arte fin dagli evi remoti. E anche nella sua ultima personale, dal titolo Lo spirito e la carne, curata con acume da Alessandra Redaelli (fino al 31 luglio alla Biffi Arte di Piacenza), Palumbo aggiunge un tassello a una ricerca decennale in cui anche la rappresentazione del cuore, inteso come organo di fasci muscolari irrorati, non ha nulla del simbolino pop alla Warhol o alla Koons, bensì la solida presenza del pensiero che scaturisce dal reale e si fa simbolico grazie all'intervento dell'artista, permettendoci quello scavallamento, oltre il muro della realtà fisica, appunto metafisico