La letteratura inglese alla maniera di Silvio D'Arzo

Davide Brullo

Partiamo da un quadro. Si intitola Il sogno di Dickens, lo ha dipinto Robert William Buss, nel 1870. Il quadro lo trovate al 48 di Daughty Street, Londra, nella sede del «Charles Dickens Museum». Lo scrittore Dickens è ritratto nel suo studio, mentre sonnecchia sulla sedia, assediato dalla rutilante teoria dei protagonisti dei suoi romanzi. La stessa cosa accade a Teddy Ted, «un uomo pieno di espedienti», nel pieno di un «esaurimento nervoso», che «covava in cuore da anni l'idea di scrivere un grosso romanzo, per comprarsi un vestito decente». Ogni sera Teddy Ted, che di mestiere fa il «maestro supplente», torna a casa, si siede nel suo studio e una falange di personaggi gli gira in torno. «Il primo a sbucar fuori era Tarzan», poi Mowgli comincia a concionare «mettendosi a saltare qua e là», allora Alice con «il suo Coniglietto» si arrabbia, ma interviene, piccato, «il piccolo Lord Fauntleroy» e poco dopo fa capolino «il vecchissimo Robinson Crusoe tenendo per mano Pinocchio» e con lui arrivano David Copperfield, Topolino, John Silver...

La figura fittizia di Teddy Ted adombra quella di Ezio Comparoni, che è noto alla letteratura come Silvio D'Arzo (1920-1952), talento eccentrico e precocissimo (a vent'anni griffa per Vallecchi All'insegna del buon corsiero), autore di Casa d'altri, «un racconto perfetto», secondo il giudizio di Eugenio Montale. Teddy Ted è il docile eroe di Una storia così, spassoso racconto incompiuto di D'Arzo che è la radiografia delle sue letture preferite. Nel 1946 D'Arzo si rivolse a Vallecchi: voleva allineare i suoi «saggi su autori inglesi» in un tomo intitolato Contea inglese. Il libro non vide luce, ma viene ricostruito, ora, con lo stesso titolo, per Corsiero Editore (pagg. 212, euro 18,50) allineando gli articoli e alcuni brandelli narrativi che Comparoni/D'Arzo ha scritto adottando svariati pseudonimi per quotidiani (Il Giornale dell'Emilia) e riviste (Il Contemporaneo e Paragone). Nel canone di D'Arzo c'è spazio per Stevenson, per Daniel Defoe, per T. E. Lawrence, per Joseph Conrad, per Hemingway e ovviamente per Kipling. Grazie a D'Arzo la furia fantastica vince sul realismo becero. Per una letteratura fatta di vento, corse e sciabolate.