"La letteratura italiana? Reazionaria e feudale e oggi c'è calma piatta"

Il critico raccoglie le sue recensioni dei romanzi italiani degli anni Duemila. Tra tanta noia e qualche sorpresa...

I romanzieri italiani recensiti su vari giornali dal professore emerito e critico misurato Cesare De Michelis nei primi quindici anni del nuovo secolo, tra il 2001 e il 2016 - 35 in tutto, da Silvia Avallone a Paolo Giordano, da Tiziano Scarpa a Simona Vinci - non sono stati scelti secondo un piano preciso («sono solo appunti di lettura casuali»). Ma il titolo del libro che oggi raccoglie quei testi, sì: Scritture della bonaccia, sottotitolo «Avvisaglie del futuro» (Editrice La Scuola).

Professor De Michelis, significa che per la narrativa italiana è calma piatta?

«Significa che l'Italia, in generale, è in una fase di stanca. Le tensioni che attraversano il Paese sono poco significative, c'è scarsa partecipazione emotiva. Tutto è immobile. E dentro questa immobilità gli scrittori hanno pochi guizzi. Si muovono cercando di cogliere gli stati d'animo, i modi di sentire... I più non ci riescono, qualcuno fa il suo dovere...».

Nomi.

«Mah, visto che è la prima in ordine alfabetico: Silvia Avallone, col suo romanzo d'esordio, Acciaio, del 2010, ha interpretato i nuovi comportamenti di certe classi sociali: la gelosia dei comunisti per le figlie, gli operai che sniffano... Cose a cui nessuno aveva fatto caso. È un esempio: ma per dire che nonostante la bonaccia, la narrativa sa offrire qualche spiraglio da cui guardare al futuro, per capire dove stiamo andando. I romanzi continuano a esplorare il mondo e la vita, cercando di darne conto ai lettori. Gli scrittori devono esplorare il nuovo, ma purtroppo il nuovo sta fermo».

Nell'esergo del libro, Lei cita Calvino: «Certo ci sarebbero stati dei cambiamenti, e loro cambiamenti non ne volevano».

«Calvino fa una critica, senza avere il coraggio di andare fino in fondo, alla burocrazia comunista-stalinista, a coloro che non volevano davvero cambiare le cose, nonostante si proclamasse la rivoluzione. Così oggi: di fronte a un mondo che ha cambiato tutto, da noi la classe dirigente - politici, industriali, banchieri, anche gli intellettuali - ha opposto una tenace resistenza, per non cambiare niente. E gli scrittori si sono trovati nella bonaccia, dove non spira un filo di vento... Cosa vuole che riescano a raccontare? Fanno quello che possono, con i loro limiti e i loro pregi».

Qual è il limite più grande della narrativa italiana oggi?

«Lo stesso da un secolo a questa parte. Che è reazionaria. Rimpiange un mondo meraviglioso, arcaico, contadino... Meneghello, Sgorlon... Il vento della Storia - cito l'Angelus novus di Benjamin - soffia verso il futuro, ma lo sguardo si volge all'indietro».

Una letteratura che fa finta di impegnarsi nella rivoluzione, e che invece ferma il cambiamento.

«È una letteratura feudale: che sogna mura, strade strette, dialetti e villaggi, e che odia la tecnologia, il mercato, il consumismo, le città... Una letteratura che per tutto il '900 ha svolto perfettamente una funzione anti-moderna. E sì che è iniziata col Futurismo. Per finire col feudalesimo».

Tutti fermi, anche gli scrittori di oggi.

«Gli scrittori di oggi non hanno né nostalgia per il passato né ansia per il cambiamento. Stanno nella bonaccia, come fossero nella bambagia: sono comodi alla fine. Penso a Francesco Piccolo e al suo Il desiderio di essere come tutti, del 2013: si parla degli anni della contestazione, di Craxi, della vita quotidiana nel ventennio di Berlusconi... Qualsiasi cosa succeda, il sottotesto è Ma cosa vuoi che sia..., Non sarà mica un dramma..., insomma: Chi se ne frega. O Nicola Lagioia: tanto il suo Riportando tutto a casa era riuscito a mettere in crisi certe nostre certezze, tanto è modesto La ferocia, che nel 2014 se la prende con i ricchi che sfruttano le belle ragazze. O Mario Desiati che in Ternitti, nel 2011, combatte una battaglia, contro l'amianto, già persa dai nostri nonni... Sono scrittori engagée nell'era della bonaccia. Fuori tempo massimo. Re Artù che sognano battaglie eroiche cui nessuno ha partecipato».

E i pregi della narrativa italiana, oggi? O almeno le speranze?

«Speranze poche. Gli scrittori sembrano tutti impauriti nell'indicare una strada. Però ogni tanto capita di cogliere qualche messaggio in bottiglia affidato alle onde...».

Nomi.

«Cito due veneti: Romolo Bugaro o Marco Franzoso. Nei loro romanzi colgono aspetti che in genere sfuggono all'osservazione, evidenziano contraddizioni - come quelle di chi pur di non far soffrire le piante mette a rischio la vita del figlio - ci indicano che la bonaccia forse non è così comoda, ma è piena di tranelli. Loro rendono utile la narrativa».

Ci sono scuole, tendenze, filoni?

«Le scuole in letteratura sono caratterizzate dal traguardo a cui tendono. E oggi non vedo alcun traguardo. Al massimo delle mode. Come quella dei gialli. O quella di usare qualche parola in dialetto. Ma non come Tommaso Landolfi, che ha un'idea diversa di letteratura. Ma solo perché tutti infilano nel loro romanzo un po' di dialetto, allora lo faccio anch'io...».

Quale lingua parla la narrativa italiana di oggi?

«La lingua che parla da decenni, di cui siamo un po' tutti insoddisfatti, povera e piena di anglismi, ma che è facile, capita da tutti, e basta poco a rendere un po' più espressionistica. C'è chi ci riesce, e chi no».

Lei elogia Giulio Mozzi e Rosa Matteucci.

«Loro ci lavorano, sulla lingua, la sottopongono a una torsione. Mozzi è un ardito sperimentatore, mescola generi e tecniche di scrittura. Inventa. Ma farlo non è facile. Quando si gioca con la lingua, il rischio della maniera è dietro l'angolo».

L'esordio che l'ha convinta di più?

«Mi viene in mente, nel 2013, Piccola serenata notturna di Errico Buonanno, dove si racconta con comicità e ironia il paradossale e disastroso trionfo della modernizzazione».

Buonanno l'ha pubblicato Marsilio...

«E allora? Sono cinquant'anni che faccio il critico e l'editore contemporaneamente. Non sta a me elogiare la mia casa editrice o bacchettare la concorrenza. Mi interessano i libri buoni - che non significa per forza belli - e basta».

E quali sono i libri buoni?

«Quelli in cui c'è più etica che estetica. Quelli in cui ci sono dei valori letterariamente positivi, quelli sinceri, che affrontano le contraddizioni della Storie e fanno i conti con la complessità della vita, e magari ti aiutano a venirne fuori. E si ricordi: per i libri vale la stessa regola che per le persone: tra l'intelligenza e la bontà, sempre meglio la bontà».

Commenti

sdigigli61

Sab, 08/04/2017 - 11:07

Dott. De Michelis, visto che parla di calma piatta, forse ha letto i libri sbagliati. Perché non prova a leggere i miei? L'ultimo mio pubblicato nel 2016, titolo "Il Vangelo Maledetto", non ha niente da invidiare a titoli di scrittori da milioni di copie come Dan Brown. Leggere per credere. Un editore come lei, dovrebbe cogliere queste occasioni.