«La letteratura può cambiare il cuore e la mente del singolo, non la società»

L'autore di «I ragazzi della Nickel» narra una storia vera di schiavismo

Stefania Vitulli

Quando Colson Whitehead - pluripremiato scrittore afroamericano di New York, classe 1969 - ha vinto il Pulitzer nel 2017 per La ferrovia sotterranea (Big Sur), la sua vita è cambiata. Prima si svegliava ogni mattina alle cinque pensando: «Sono uno scrittore terribile, come farò a pagare il mutuo?». Poi per un anno il primo pensiero è stato: «Il mistero della vita ha trovato soluzione!». Ma è durata un anno. Passato il quale ha ricominciato a svegliarsi alle cinque, alla ricerca delle parole giuste. Il risultato è questo I ragazzi della Nickel (Mondadori, pagg. 213, euro 18,50, traduzione di Silvia Pareschi, verrà presentato al Festivaletteratura di Mantova stasera, alle 21, Basilica Palatina di Santa Barbara). Ispirato alla storia vera del riformatorio maschile Dozier, luogo di abusi e omicidi su minori, comincia in Florida, nel 1963, l'ultimo anno in cui furono in vigore le leggi Jim Crow per la segregazione razziale negli Stati Uniti. Protagonisti sono due ragazzini, Elwood e Turner, che cercano di sopravvivere alle violenze alla scuola Nickel, ispirandosi ai discorsi di Martin Luther King e all'amicizia. Il romanzo è valso a Withehead la copertina di Time del luglio scorso e il titolo di «narratore d'America». Non sarà il Pulitzer, ma basta per svegliarsi contenti per un po'.

La scuola del romanzo, la Nickel, è proprio come la vera Dozier di Marianna, in cui i ragazzini morivano di fatiche e violenze?

«La Dozier aveva 600 studenti, la mia 500: è l'unica differenza, oltre al fatto che i personaggi sono una mia creazione. Gli abusi li ho presi dai memoir, i cadaveri li hanno ritrovati dagli archeologi».

La Nickel somiglia a un campo di concentramento. Possibile che la comunità locale americana non ne sapesse nulla?

«Ci sono quelli che commettono gli abusi, quelli che li rendono possibili girando la testa dall'altra parte, quelli che non se ne interessano affatto. Documentandomi per il romanzo, a Marianna ho incontrato persone che mi hanno raccontato: I nostri genitori da piccoli ci facevano paura così: 'Se non ti comporti bene ti mandiamo in quella scuola'. Questo porta a pensare che tutti sapessero, anche se ora dicono il contrario. La Dozier prestava, dietro pagamento, alcuni studenti alle attività agricole intorno alla scuola: se tuo padre prendeva uno studente per contribuire al benessere della famiglia significava che eri coinvolto e stavi appoggiando e giustificando il sistema? Da un certo punto di vista siamo tutti complici, dall'altro non possiamo combattere tutte le battaglie».

Elwood e Turner subiscono di tutto. Quando crea i suoi personaggi, per loro spera vendetta o coscienza in pace?

«Soffro quando ai miei personaggi capita qualcosa di negativo, ma il principio guida che ho seguito per questo romanzo è che i colpevoli non vengono puniti e gli innocenti soffrono. I potenti abusano del loro potere e la fanno franca: questa è la struttura filosofica del libro. Non c'è posto per la vendetta: i personaggi hanno imparato a sopravvivere: li ritraggo nel tempo dieci, venti, trenta anni dopo e gli do la capacità di amare e perdonare se stessi».

Perché allora ha avuto senso disseppellire, insieme ai cadaveri, anche la storia della Dozier?

«La letteratura può trasformare menti e cuori a livello individuale, ma non ha un impatto così forte da far sì che la società cambi. Chi potrebbe beneficiare di questo libro probabilmente non lo leggerà. Raccontare questa storia non muta ciò che è accaduto».