Libri, erotismi e aforismi appesi al fumo di un sigaro

Giuseppe Conte

Sul balcone della casa di Alghero, di fronte al mare, sulla panchina di Piazza Vittorio Veneto sotto una palma nana nella natia Viterbo, Massimo Onofri fuma il sigaro, guarda le stelle, dà voce ai suoi pensieri privati e di letterato, sfoga le proprie idiosincrasie, esibisce il suo innato, divertente narcisismo, tiene un debordante, acuto, provocatorio diario in pubblico, che intitola Benedetti toscani (La nave di Teseo, pagg. 390, euro 17).

Chi è Massimo Onofri? Lui stesso dice di sé: «Io sono un grande campo di battaglia». È un insegnante, un padre, un critico letterario, uno «stilnovista patologico», un uomo dotato di un «inguaribile ottimismo di sangue e sperma», che si descrive «bello, tonico, scattante». A un certo punto del libro, Onofri afferma come «nell'epoca della insignificanza, della fatuità, della morte di Dio, della fine di tutti i valori, non abbiano altro valore che il nostro nome e cognome», e sembrerebbe coonestare la tendenza attuale e maggioritaria nelle lettere italiane dell'auto-fiction. Ma per sua fortuna, e nostra di lettori, non è così. Questo libro è qualcosa di più, ha una struttura diaristica ma anche simbolica, il suo ripiegarsi sull'ego sembra avere ragioni, come lui scrive, più metafisiche che narratologiche. Il protagonista è il suo Antico Toscano, sostituito raramente dal Garibaldi, prediletto dal comune amico «gran maestro della massoneria del sigaro» Mario Baudino. È un sigaro allegorico, personificato, a tratti ambiguo: è un sigaro che tira, si alza, si impenna, fa la ruota, ondeggia, singhiozza, fa il gradasso, sbuffa, soffia, scaciacca e si spataracchia, un sigaro allegrissimo, intimidito, riottoso, discontento, sgarbato, disorientato, insolente, inerte, drastico, baldanzoso, premuroso, paziente. Non ho mai sentito nelle nostre deliziose chiacchierate Mario Soldati, fumatore principe di toscani, spendere per il suo sigaro la centesima parte dei verbi e degli aggettivi che inanella virtuosisticamente Onofri. Questo sigaro fumato tra Alghero e Viterbo (con diverse puntate in altre località della Sardegna e in Sicilia, e una in Polonia), ha qualcosa di organico, sensuale, priapico. Tra i mimi siciliani di Francesco Lanza di Valguarnera, di cui Onofri ci ragguaglia, ce n'è uno intitolato Le minchie, in cui un contadino le piantava nel suo orto dove crescevano grandi e rigogliose per servire, come confessò a San Pietro, a chi non ne ha: vedove, vergini, maritate cui una sola non basta. Onofri, rimanendo pur sempre uno stilnovista, dichiara di apprezzare questa «sororale agape di minchia e di sticchio» (figa, per i nostri lettori non siciliani).

Il libro è scoppiettante di citazioni colte, divagazioni acute, annotazioni aforismatiche. Punti di vista esibiti con molta vis polemica. Elsa Morante, sarà davvero lei il genio rispetto a Pasolini? Siddharta è davvero «puerile e imbarazzante»? Altri strali vanno a colpire Franco Battiato e Erri De Luca con il loro «spiritualismo da supermarket», Adriano Celentano quando scrive sul Corriere della Sera, Guido Ceronetti «giullare dell'apocalisse», il «geometra» Odifreddi, «tal» Donato Carrisi, e una vera e propria invettiva è dedicata a Concita De Gregorio.

Mi sono molto divertito, un merito di Onofri è quello di farti sorridere anche le volte che non sei d'accordo con lui. Se viene fuori il tema della «coscienza di classe», Onofri chiosa: «È già tanto che esista quella individuale»; se fa capolino Veltroni, ecco definita limpidamente la tragedia del veltronismo: l'idea che si possa far politica come un cantautore e scrivere romanzi come un politico. Mi sono molto compiaciuto nel trovare tra i punti di riferimento di Onofri La vita di Alfieri, una autobiografia freschissima e magistrale, uno di quei libri che la cultura novecentesca ha colpevolmente rimosso, e lo Jacopo Ortis di Foscolo, il più bel libro di giovinezza della nostra letteratura. E condivido l'idea che l'Ovidio dell'Ars amatoria sia il poeta erotico più democratico e paritario che si conosca. Con due stelle polari che brillano nel suo cielo, la figlia amatissima e la «principessa nuragica», con alle spalle una storia di fine matrimonio drammatica, Onofri fuma, scrive, gira a presentare i suoi libri, manda articoli all'Avvenire. Vola alto, se parla di Montaigne o di Goethe, ma non ha paura di volare più basso, di essere pop e kitsch. Come quando, nella colonna musicale del libro, non se ne resta al suo amato Mozart, ma introduce l' Equipe 84, i Camaleonti, i Dik Dik, Gli alunni del sole, e poi Drupi, Adamo, sino a Pupo e a Peppino Gagliardi, un «Peppino di Capri che ha capito Tenco».

Uno zibaldone ai tempi dei social, insomma, oltre che il vivacissimo diario rivelatore di uno dei critici più importanti della sua generazione.